167
se non furono toccate che nell’ultime sessioni, terminate giàtutte quelle, in cui si trattò il soggetto principale, o quasiunico di quel concilio, cioè la decisione sopra l’opinione diEutiche su le due nature di Gesù Cristo, ch’è quasi dire do-po finito il vero concilio. Prima di questo san Cirillo stesso,tuttoché sì ardente combattitore di quanto favorire potessel’eresia di Nestorio, al vedere l’impegno di Proclo patriarcacostantinopolitano, e de’ vescovi dell’oriente per condannarela dottrina di Diodoro tarsense e di Teodoro di Mopsuestia,e d’obbligare Iba a soscriversi a quella condanna, scrisse aProclo d’abbandonare tale pensiere per non far nascere unoscisma, e cagionare nuove amarezze alla chiesa ; benché poinondimeno vedendo le cattive conseguenze di questo silen-zio, egli stesso una forte censura distese delle proposizioni diDiodoro e di Teodoro. Dopo il concilio calcedonense, oltreil timore di nuove turbolenze, si aggiungeva il rispetto alladecisione di queli’augusta assemblea, che tratteneva i catto-lici dal toccare questa materia. Infatti, non i cattolici e i si-noditi, ma furono gli esitanti e gli acefali, che mossero laguerra a’ tre capitoli. Alcuni conciliaboli d’acefali tenuti sot-to l’impero d’Anastasio, dopo avere deciso, che uno della Tri-nità è morto 3 condannarono Teodoro, Teodoreto ed Iba, edil concilio calcedonense come lor difensore. Teodoro Ascidametropolitano di Cesarea, partigiano degli origenisti e degliacefali, per vendicarsi de’ condannatori degli origenisti, colpretesto di facilitare l’unione degli acefali co’ sinoditi incitòl’imperadore Giustiniano a fare un editto di condanna de’tre capitoli, come l’aveva fatto degli origenistij e questa stes-sa premura degli acattolici contro i tre capitoli impegnavapiù i sinoditi e i cattolici a prendere la loro difesa, o ad op-porsi almeno alla condanna, e a sostenere in tutti i punti