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Volume secondo.
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335
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CAPITOLO SESTO, ED ULTIMO. 335

solo io credeva che aggravasse i pesi pubblici, sinoa renderli insoffribili, ma che attaccando i principiivitali dell’ Industria, ne producesse vieppiù l’abbandono.Contrarre un debito importava pur esso un peso, einfine mi fece dubitare, che un bisogno improvvisonon venisse ad assorbirne le somme ; ed a questomodo , da una parte vedeva sparito il bene che avevain proponimento, e dall’ altra aumentato il male.

Dopo lunghe e profonde meditazioni, dopo averconsigliato quanti mai conoscessi scrittori di Economiapubblica, dopo aver letto la storia delle finanze dellepiù colte nazioni, dopo aver chiamato a rivista lemie particolari osservazioni, mi proposi questo pro-blema : Aprire in Sicilia le libere comunicazioni ,senza che i pesi pubblici ne fossero aumentati, esenza che V Industria ne soffrisse il minimo danno.

Da prima questo problema mi parve una chimera,che aveva fatto sorgere nell’ immaginazione il troppoardente desiderio di fare il bene, e che fosse impossibiledarne una soddisfacente soluzione. L’idea che dalnulla non si fa nulla mi si presentava ad ogni nuovamia ricerca ; e trovava sempre che la Sicilia nonpotesse procurarsi le Strade pubbliche, senza soppor-tarne la spesa.

Disperando di trovar meglio, dissi tra me : poichéla spesa è indispensabile, non vi sarebbe il mezzo darenderla pressoché insensibile ? E vidi che riuscendoa sciogliere questo secondo problema, tutte le difficoltà•lei primo sarebbero scomparse.

Eliminando l’idea dell’imposizione, eli’è sempre