sapienza di costoiro, da quei delquattrocento quasii rovinata, essi re-staurarono, e il pairlare nveano ri-dotto a termini ceirti, e con buoueregole fermato. Ma quando il ve-ronese mandò quella acerba parolanel nostro secolo (la quale ponghia-tno che la dicesse per amore, e perrinsavire gl’italiani, tuttavolta as-sai troppo pesava ) , il Monti daquell’ alto e terribile ingegno cheegli era non potè tenersi, e accesodi grande ira disse cose vere, e nonvere: ma la presente civiltà vendi-cò. E dopo questo impeto il ferra-rese quietava, anzi per 1’ opera disavi e gentili uomini si condussead abbracciare con vero amore eriverenza il padre Cesari: il qualese di questo fosse lieto, anzi bea-tissimo, ogni cortese il pensi. E aquesta riconciliazione fu presentoquella cara anima del Perticari ,scrittore forbito e delle italiane let-tere zelantissimo. Sento poi vergo-gna a narrare di un cotale , cheavrebbe do veto tenersi fermo nellasaggezza e nella bontà. E per piùrispetti il dovea: nè mutar giudi-zio ed affetti: nè rotti i terminid’ogni pudore, fare al nome diquel Cesari disfregi bruttissimi,il quale era per lui tutto amore,nè mai tenne dubbia la fede sua.Quindi mi sia perdonato sedi que-sta lordura ho voluto passarmi.
Nel giorno 4 di marzo dell’ an-no 1822 il p. Antonio parti di Ve-rona alla volta di Roma. Non diròcome nelle città per le quali passòveniva accolto a segni di grandestima e allegrezza : ben dirò chegiunto in Pesaro, si recava dalPerticari, presso del quale era ilMonti, e fu wi ricolmato d’ ognipiù desiderabile cortesia. Nel 23dello stesso mese arrivò in Roma:e per 1’ opera di quel fiore di sen-no e di romana gentilezza, elle èil sig. principe Odescalclii al qua-le era il Cesari dal Perticari rac-comandato, conobbe i più illustri
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letterati ed anco gli artisti : fra iquali il grande Canova. Nella chie-sa dei pp. Barnabiti recitò l’ ora-zione in lode del beato vescovoSauli ( fu nel 23 marzo ) la qualefu molto lodata : ed è quella checomparve nell’ anno stesso. Dopodi essere stato accolto con buouemaniere di affetto dal santo PioVII, dai cardinali, e da altri reve-rendi uomini della romana corte ,nel giorno settimo del mese digiugno parti di Roma, nell’ unde-cimo era a Firenze, e dai più gen-tili onorato. Nel 26 del mese stes-so fu in Verona, dove subito im-prese una ristampa dei fioretti dis. Francesco: la quale, venendodal Cesari, potea essere cosa mi-gliore. Nel 1825 pubblicò laviladi s. Luigi Gonzaga, opuscolo tut-to d’ oro, le Morti degli imperato-ri che la s. chiesa perseguitaro-no ; oltre un volume di gravi poe-sie. Ma se il volgarizzamento cheei fece delle epistole di Marco Tul-lio non meritava il titolo di pove-ra cosa, e i tanti biasimi al p. An-tonio, tuttavolta a parer mio nonè quel miracolo che alcuni venne-ro a decantarci . Anzi questa tra-duzione pare che spessissimo $0-verebii il vero, e che 1’ urbanità ei salì di che famigliarmente il gra-vissimo Cicerone si piacque, sen-tano talvolta del basso, ed anco introppo vili idiotismi trasmodino.Nè a ciò, come ad altri parve, sovedere scusa . E questo io pensaidi dover dire a ciò stimolandomi1’ amor santo del vero : cbè gli ita-liani aver denno al Cesari pe’ suoisacri costumi riverenza, per l’altosuo ingegno maraviglia, per quelsuo saldo ben volere lodi sinceris-sime, per lo bene che fece alla pa-tria gratitudine, per alcuna operaalla vera bontà disforme, disamo-re e non curanza. E poiché conmolta gravezza dell’animo mio hodovuto dilungarmi dalle lodi delp. Antonio dirò umilmente contro