354
questo primo e significante passoclic fece il governo di Ferdinandopev l’abolizione della feudalità na-politani! . Ma quel sovrano che sìgran deferenza dimostrava alle pro-poste di un privato cittadino , ap-punto perchè conosceva da qualespirito fosser dettate, doveva natu-ralmente volger l’animo a preva-lersi di lui ne’pubblici officii. Edin effetto nell’anno 1790 ilnominòassessor militare nella provincia diTeramo, magistratura eh’egli ac-cettava con animo riconoscente matroppo da così fatti obblighi alie-no ; ond’ è che pochi mesi appres-so la rassegnava nelle mani del mo-narca. Il quale credè dargli un in-carico più confacente alle sue filan-tropiche mire, chiamandolo a farparte col principe di Sivignano e ’1duca di Cantalupo della secondadeputazione destinata a più effica-ce sollievo delle Calabrie percossenel 1783 da quel memorabile fla-gello de’tremuoti.Se non che, nonavendo avuto poi effetto quella mis-sione per motivi che or sarebbeinutile a dirsi j egli domandò lapermission di viaggiare per l’Italiasuperiore^ e condurre il nipote al-lo studio di Pavia. Conobbe alloraque’ chiari italiani che in Toscana,in Lombardia , in Piemonte fiori-vano, e strinse con parecchi di es-si amicizia, non mai di poi cessatase non dalla morte. Basterà qui no-minare, e per cagion d’onore, l’ab.Valperga di Caluso , Ippolito Pe-demonte , Cesare Beccaria , i duefratelli Verri , il p. abate Frisi ,Melchiorre Cesarotti , il Toaldo ,1 abate Fortis , e ’l marchese Gio-van Giacomo Trivuizio , col qualepiù intimo durò sempre 1' affetto,più spesso il carteggio.
Tornato in Napoli, fece ragioneche dopo di aver felicemente ten-tato le riforme di alcuni abusi nel-1 economia amministrativa , pote-va ben anche riuscir vantaggioso1’ indicare in qualche modo pur
quelli dell’amministrazione giu-diziaria , accuratamente testé nelsuo viaggio studiata . E perchè fuavviso che desumessero per la piùparte l’origine dalle leggi romane,tanto degradate e contaminate nelcorso di più secoli dì barbarie osemibarbarie, die’ a’torchi nel 1791le sue Ricerche sul vero caratteredella giurisprudenza romana , li-bro ristampato in Firenze , e perla terza volta in Napoli nel idi 5 (i).Forse l’autore mostrasi ivi sover-chiamente aspro e disdegnoso ver-so quegli antichi giureconsulti cuidato era in sorte di addivenire iperpetui legislatori del mondo; maegli è perchè li considera siccomeautori di leggi che non più ai co-stumi, alle necessità, all’ indole deitempi presenti affacevansi. E tra-spare altresì da quel libro l’ira abi-tuale suscitata nell’ animo suo dal-la considerazione che furono i Ro-mani i più antichi oppressori de-gli altri popoli italiani e i primidistruttori della loro libertà. Le ri-lorine seguentemente introdottenella giurisprudenza di presso chetutte le regioni di Europa, non chenella nostra, riforme in cui se con-tinuò a dominare il principio le-gislativo romano pure ebbe a farluogo sovente alle ragioni della fi-losofia e de’ tempi , giustificaronoin gran parte le critiche, in sulloprime non generalmente gustate,di quel severo.
Un’ opera per altro alla qualenessuno mai saprebbe nulla ap-puntare, e di che la sua provinciasarà per serbargli gratitudine eter-na, ella è la Rimostrariza che periscritto umiliò egli al regio trono,perchè nell’amministrazione dellagiustizia il Primo Abruzzo Ulte-riore fosse equiparato alle altre
(il Ricerche sul vero carattere dellagiurisprudenza romana e de’ suoi culto-ri, di Melchiorre Bellico, Napoli, 1791,presso Giuseppe Maria Porcelli. Un vo-lume in 8.