credere ella punto necessario afarsi centro di molte relazioni ilnon legarne alcuna con parzialestrettezza. So di alcuni i cui sen-timenti hanno sempre alcun chedi misurato e soffreddo, da essimalamente creduto opportuno adessere desiderati da molti. A saperessere amici, o meglio dirò galan-tuomini, bisogna ancora sapere atempo adirarsi, e venire occorren-do ad aperta rottura. Indizi d’ani-mo squisitamente affettuoso sonole frasi: prendergli il braccio perfargli palpitare il cuore; — sem-pre col cuore a bracciacollo del-la mia famiglinola , ed altre si-mili a centinaia che il cuore le in-viava spontanee alla penna , e di-cono di lei ciò che un lungo di-scorso oscurerebbe in luogo di di-chiarare. Ogni promessa sugli ef-fetti dei cuore è promessa temera-ria ; — ora eli egli è infelice, lagiustizia e V umanità stessa nondevono osare di domandargli piùnulla , sono sentenze che fanno a-mare chi le pronunziava. V’ha o-pinione che pendesse al frizzo,talvolta anche a scapito degli ami-ci ; l’Albrizzi ne fa un cenno nelsilo ritratto, ma tosto soggiugnedi rimanersi accertata del contra-rio da ciò che gli amici mai nonle vennero meno, nò mai scemò ilnumero di quelli che presso leidimenticavano la misura del tem-po. Conosco taluni che scambianoper malignità l’arguzia, in com-penso forse del vestire che fannola pusillanimità di prudenza. Vi-vacissima fu la conversazione dellaMichiel ; vedemmo ciò che pen-sasse della noia, come provedesseai divertimenti dell’età anche nonsua. Oltre a ciò scriveva di se me-desima : sta nel mio carattere ilnon pensare al male che il piùtardi che posso. Che ritraesse conpoche parole, talvolta con un epi-teto, il tutto di una persona credofacilmente, perchè di questi epi-
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teti sommamente effettivi trovopressoché ad ogni quattro righetutta sparsa la sua epistolare cor-rispondenza. Ma celiava anche sulproprio conto, e sul mnseto stortode’suoi ultimi anni. Ecco comeingegnosamente scriveva della suasordità : la mia trombetta mi pro-cura un gran bene, essa mi fasentire tuttociò che dice un bravouomo , mentre la mia sorditàni impedisce di sentire ciò che sidice nella società. A questo pattosi può quasi contentarsi d’ essersordi, rinunziando alla vanità dirispondere. Mi riferiscono all' o-recchio cose assai belle, che nonavendole per anco lette lascianouna certa diffidenza ; ma è megliodiffidare di quel che si sente, chespesso annoiarsi di sentire quelche vien detto. Tale doveva esserechi non ebbe altro mai di simula-to che la collera cogli amici. Atal donna dovevano sembrare in-tollerabili que’ letterati che cam-minano con sempre a lato la bi-blioteca, e non si adagiano altrovemai che sulla cattedra. E ciò do-veva succederle spesso, come unadelle sciagure compagne ad unaestesa fama. Se ne rammaricavascrivendo: non v è compagnia peg-giore di quella di persone, che cre-dendo di parlare con dotti si sfor-zano di apparir tali ancor esse;vorrei piuttosto veder ballare sulfi di ferro. Non che conversandoabborrisse , all’ uopo , di recarsi agravi argomenti ; testimonio lapreferenza accordata da essa tragli stranieri agl’inglesi, cui chia-mava sue .gru, o sue rondinelle ,secondo I’ umore, riferendosi alleloro perpetue peregrinazioni. Al-tro motivo di tale preferenza si dàdal più volte citato Ritratto del-l’Albrizzi : cioè il sentimento pa-trio, che originò la risposta al Cha-teaubriand , e le Feste. Meglio aquesto mi accheto che all’altrodel contendersi reciprocamente il