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docilità congiunta a morigeratezza«li vivere, a specchiati costumi, adurbanità e modestia del tratto, abella eleganza nel discorso, il fecedegno dell’ amore pubblico e dellauniversale riverenza.
Visse fino al i 54 e di anni 65morì in Imola con la serena pla-cidezza del giusto , bagnato delpianto cittadino e delle lagrime diquanti il conobbero ed apprezza-rono. Egli fu onorevolmente ricor-dato nella istoria patria e nelle Me-morie biografiche d’ illustri Imo-lesi, non che in una latina epigrafeche 1’ affettuoso pronipote di luifece non ha molto scolpire in mar-mo e che fu locata nella chiesa cat-tedrale. Vivrà ne’ posteri la caramemoria dell’illustre imolese fin-ché duri l’amore della virtù e del-la vera sapienza.
Tiberio Papotti.
VOI MAR (Giovanni ). Nacquein Venezia a’ 16 agosto del 17-c).Pochi uomini dati alle lettere fa-ticarono quanto lui, vissero tantooscuri, e trassero si poco profittodalle assidue veglie instancabil-mente protratte. Due torbide cureannebbiarono tutti i giorni dellabreve sua vita: la paternità nonlegittima e la inordinazione deicostumi che tanto perverte la so-cietà ; cure di che altri non si sa-rebbe dato il più lieve pensiero,ma che in lui furono causa di con-tinua tristezza. Alche si aggiunsela troppo fievole scintilla di genioche gli avea dato natura, e la so-litarietà della vita a cui per la in-colpabile macchia di origine s’eradannato. Era in lui soverchia for-za di sentimento, soverchia sensi-tività di fibra, soverchia cupezzadi pensieri : da queste tre sover-chianze di umori provenne il nongrande utile recato dal Volmarolla patria letteratura. Tuttavolta,se, in onta a tanti elementi nega-tivi, egli giunse pure a sceverarsi
dalla schiera dei mediocri, e seppeimprimere a’suoi scritti il suggel-lo della originalità, i posteri glidebbono certamente lodi e grati-tudine, più forse che agl’ingegniprivilegiati, i quali nella equabiletemperanza degli umori sortironopotenza a molti e lodevoli fatti.Questo crediamo abbia ad essereil principal encomio dovuto allamemoria di Giovanni Volmar, ilquale, unicamente per giovare aicostumi mercè le lettere, vollecondurre sconosciuta e affaticataesistenza.
Educato sotto la disciplina diun privato maestro, assai poco e-sperto nella istituzio ne elementaredei fanciulli e meno nella istitu-zione radicale dell’ uomo, a quat-tordici anni si vide in balìa di sèstesso, senza guide,, senza consi-glieri, senza precettori che gli ad-ditassero almeno la via da percor-rere. Cadutogli un giorno sott’oc-chio ( spesso si compiaceva di ripe-termi egli stesso questa originede’suoi studi ) il Quaresimale delp. Ignazio Veninì che ristampa-vasi dal tipografo Zerletti pressocui il Volmar era a dozzina, e in-namoratosi all’ istante di quellalettura, venne in desiderio vivis-simo di libri e di studi. Da qui haprincipio il letterario suo aringo.
Mutatesi le sorti d’ Italia, e ca-duta Venezia in mano a’Francesi,Volmar, che già s’era avanzatonella cognizione di varie lingue,e specialmente della italiana e del-la francese, ebbe incarico di inse-gnare la prima ad alcuno dei mi-nistri di Francia che soggiornava-no fra noi, e ne ritrasse nome divalente maestro. Il che, conside-rati i tempi e la subitezza dellementi, non è picciola lode. Questoinsegnamento gli fu sprone allalettura dei più illustri scrittorifrancesi, e massime dei filosofi cheonorarono 1 ’ Europa in questi ulti-mi tempi j nelle cui dottrine egli