la quale, mentre visse lungamentecontemporaneo a due medici va-lentissimi , il Colludrovitz ed ilPezzi , che lo agguagliavano nella| pratica positiva , e cui sopyastayai solamente nell’ anatomia patolo-gica , egli li vinse ambidue nellarinomanza di medico eccellente:rinomanza che, circoscritta peressi tra i confini di queste contra-de , portò il nome di Aglietti daun capo all’ altro d' Europa.
Con tante qualità avute in donodalla natura , e aumentate dallo; studio o create dalla osservazione;
con aspetto grave ad un tempo eI gentile, quale propriamente si ad-ji direbbe ad un Ippocrate del se-! colo presente; con modi semplici,facili, non disgiunti da certa suaparticolare e soave cortesia ; conun’ indole umana, pieghevole, in-dulgente, calda d’ affetti, sensibi-le a tutte le impressioni del bello,fossero di natura, o venissero dal-1’ arte o dalle arti : non è a chie-dere se, con tante e così piacentiqualità, e col favore d’ una fortu-na ch’ebbe sempre pari a’meritisuoi, egli fosse amato da tutti, da■ tutti desiderato, e avuto da tuttiin quel pregio che all’alta sua fa-ma si conveniva. Il nome di Agliet-ti suonò per molti anni primo franoi, ed anzi separato da ogni pos-sibilità di confronti; per guisa che,allorquando nel i 8 z 3 egli discesedal più elevato fra gli ofifizii medicidel Regno, quella vicenda non isce-mò in verun modo la pubblica ve-nerazione in cui era tenuto; cheanzi (degno e confortevole esem-pio!) parve la crescesse: onde potèriprendere facilmente, e riprese infatto e in più larga estensione,l’ampio e splendido esercizio del-la sua pratica privata. E quando ,nel luglio dell’anno 1828, infer-matosi di gravissima malattia unalto personaggio del Governo diParma, la Duchessa di quegli Stativplle che venisse assistito dai coli-
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sigli della più chiara 'apienza me-dica italiana, Aglietti fu anch’ es-so chiamato a quella Corte ; don-de se non tornò vincitore, perchèla vittoria era impossibile, riportòin patria pegni non dubbii dellastima non solo, ma della munifi-cenza riconoscente di quella So-vrana.
Ma come aliavita degli uomini,così v’ ha un termine alle umaneprosperità: a quella di Aglietti po-se fine il giorno 4 d’ agosto 1829,nel quale, colpito da accidente diapoplessia, perdè gran parte delleforze del corpo, e più ancora diquelle dell’ intelletto. FortunatoFrancesco Aglietti se quel giornofosse stato 1’ ultimo della sua vita !Quali amarezze avrebbe evitate ,quanti stenti non avrebbe soste-nuti, che luno-hi e crudeli dolorinon patiti ! Perchè riavutosi, maassai imperfettamente , del fataleinfortunio, si trovò minore di sè ,della sua fama e dei bisogni di un’età declinante ; indi, come avvie-ne nella mutata condizione defiliinfelici , la stella che di così bellaluce illuminava le sorti sue, si vol-se rapidamente all’ occaso. Impe-dito nel moto della persona e nelsano uso degli organi, era un do-lore vederlo procedere a stento perla via, e talora rispondere attonito,e quasi a quelli di persona igno-ta, ai saluti de’ suoi più familiarie degli amici suoi, ch’ebbe moltie affettuosi efficaci sino all’ estremodella sua vita: più, impedito ne-gli uffizii della mente, destava pie-tà 1’ udire cominciato sodamente eda pari suo , e poscia tronco d’ uutratto il progresso del suo ragio-namento, e con esso quello delleparole ; affacciarsi , per dir così,1’Aglietti d’un tempo, e subitodisparire. Alla quale compassione-vole fiacchezza dello spirito e dellemembra s’aggiunse finalmente laUialattia che lo trasse al sepolcro ;e fu una soluzione di continuità