perchè essendo morto il fratello ,egli fu obbligato dal padre ad oc-cuparsi nella sua arte. Egli mal•volentieri obbedì, e il più dellevolte fuggiva dal lavoro , e corre-va nelle scuole per essere istruitonei primi elementi di letteratura.
Ma il sacerdote Diodato Pepesuo zio materno conobbe l’indoledel fanciullo, onde, levatolo dal pa-dre , gli fece dare qualche cono-scenza di lingua latina in Civitel-la: quindi mandollo in Ascoli, cit-tà dello stato pontificio, alla scuo-la di que’ Gesuiti. Ivi restò per va-ri! anni, e si approfondì nei clas-sici greci e latini. Egli, memore delbenefìzio di suo zio, volle aggiun-gere il costui cog nome al suo. Tor-nato quindi nella sua patria, fecevarii stuelli filosofici sotto un reli-gioso di minori conventuali.Si die-de poscia nella medicina. Suo mae-stro fu d. Michele Camparelli, sta-to medico del Re di Portogallo , eallora vivente nella Ripa (villa delcoirnme di Civitella del Tronto)qual vicario generale della diocesidi Monte- Alto per quella partespettante al regno napolitano. Re-stò presso quest’uomo per lo spa-zio di cinque anni. Il suo maestroperò se ne serviva ancora per farinsegnare ad altri giovani lingualatina, arte oratoria e poetica. Egliera fornito di sagacità, di fantasia,e di brama ardentissima d’inter-narsi nei regni della sapienza. Di22 anni si laureò in medicina nellacittà di Fermo (Marca di Ancona),donde restituitosi in patria, si am-mogliò, ed ebbe tre figli. Esercitòla sua professione con tanto ono-re , che veniva ragionevolmenteriputato il primo medico degli A-bruzzi. Fu anche medico del fortedi Civitella col meschino soldo diducati 3 al mese. Egli consolaval’austerità degli studii medici conla dolcezza delle invenzioni poeti-che , dei Latini, sopra tutto, e sene era cosi ripieno il petto di quel-
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le fantasie, e così avea calda la suanatura , che alla prima degna oc-casione a lui offertasi, volle prova-re le sue forze in questo cimento.Diversi fogli di Europa raccontan-do bardita operazione del traspor-to di un masso di granito (pesavatre milioni di libre francesi ) ri-trovato in una palude della Gir-landia, e condotto in Pietrobur-go , onde posare so di esso la sta-tua di Pietro il Grande, erettaglida Caterina II, fecero nascere aFilippi-Pepe l’idea di un Poema,il quale venne poi da lui lavoratocon tanta forza d’immaginazionee con tanta eleganza di favella,che a ragione meritò, che il Si-gnorelli (nell’Istoria delle vicen-de sulla coltura delle due Sicilie)lo chiamasse un nobile imitatoredi Virgilio, e degno d’esser natofra i Sannazari e i Pontani. Sareb-be più famoso e più utile questoPoema, se fosse stato con la mede-sima arte e finezza italianamen-te dettato. Esso fu dato alla lu-ce nel 1789 in Teramo, indi ri-stampato in Napoli nel 1790, poiin aprile nel i8i8^e ultimamentein Teramo nel 1826 colla giunta diun carme inedito, e con la versio-ne italiana , e con annotazioni diAurelio Saliceti, il quale vi ha pre-messo anche la vita, di cui noi conmaggior brevità ci siamo qui ser-viti. Filippi-Pepe visse sempre inmediocre fortuna, fu vero amicodell’ umanità , perchè non solo vi-sitava tutti gratuitamente, ma pa-gava perfino le medicine ai pove-ri, e li provvedeva di cibo. Era le-pidissimo, e stimato da tutti i let-terati. Fu per altro alquanto infe-lice nel parlare, avendo sempreconservato il dialetto del suo pae-se, di modo che un presidente inpubblica udienza 1’ onorò del gen-tilissimo titolo di asino, al che egli,ricordandosidi Mida, rise. Nel 1 799F'ilippi-Pepe perseguitate , e ca-lunniato da’suoi cittadini (da quei