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clie frequentò le sue stanze, le do-nò il proprio ritratto, e di lei e delfiglio Giuseppe fece memoria inuna nota al Marino Falier, nè piùche qualche anno è passato dacchéil conte di Kolovrath , il viscontedi Chateaubriand, e il marescialloMarmont, nello spazio di pochimesi comparvero ripetutamente al-la sua conversazione . E per con-chiudere ascendendo ai gradi piùeccelsi delle politiche dignità, que-sta famosa conversazione onoraro-no di loro presenza l’attuale re diSvezia, allora generale, il principedi Hohenzollern, il decadi Lucca,il già principe ereditario ora re diBaviera; senza citare que’potenta-ti cui fu cagione di entrar casa Al-brizzi l’Elena Canoviana. Ma nonper vedere la eccellente scultura ,sì bene per dare, a chi l’aveva colleopere del proprio ingegno merita-ta in dono dal divino scultore, unagenerosa e commovente dimostra-zione di favore tutto particolare ,l’altezza imperiale della serenissi-ma Vice-Regina visitò l’ Albrizziritenuta in casa dall’ ultima malat-tia. Nel che la squisitezza femmi-nile dell’animo principesco trovòmodo di premiare condegnamentela ?quisitezza del femminile intel-letto.
E’ragionevole che venga ora fat-ta la seguente domanda: a si lar-ghe e continue dimostrazioni diriverenza e di affetto era corrispon-dente il merito di chi le otteneva?O molta parte v’avea la fortuna ?O debbono riferirsi non più che aque’ pregi della persona e dell’in-gegno che non lasciano durevolitestimonii? Intendo rispondere aqueste domande coll’ enumerazio-ne delle opere messe in luce dallacontessa Albrizzi, e col rapido esa-me del suo carattere , e di quellevirtù, che, quantunque meno ap-parenti, pur sono principio, e perpoco non direi fondamento dell’al-tre. E dalle opere incominciando ,
vuole l’ordine cronologico che pri-ma si ricordi la Difesa della Mirradell’ Alfieri in una lettera all’Ar-teaga che avea criticata grande-mente la scelta di quel soggetto.Difendere la Mirra ? dirà talano.Si, rispondo io, difenderla da uncritico acuto e riputatissimo, spe-zialmente a’suoi giorni, qual si fu1 ’ Arteaga ; e difenderla quando1’ opera del tempo non avea datoalla gloria dell’Astigiano quell’ul-timo suggello, che mette fine collavenerazione de’posteri alle pole-miche de’contemporanei. Quell’in-telletto severo ebbe gradito, comeaccennai poco prima , il gentileproposito del pari che il modo on-de fu messo ad esecuzione . Ven-nero in seguito i Ritratti da cuicominciò a farsi italiana la famaletteraria dell’Albrizzi. Dal primosaggio , comparso in Brescia nel1807, fino alla pisana edizione delCapnrro , pubblicata con notabiligiunte nel 1826, quattro volte lestampe ripeterono questo libro pie-no di amabilità e di finezza. Lad-dove Teofrasto e il suo imitatorefrancese si studiarono di porgeredei tipi generali, 1’Albrizzi nontemette di cogliere le individuali-tà in soggetti il più delle volte com-presi nel medesimo tipo . Descri-vendo molta parte degli egregi uo-mini con cui visse, dovette seguirecon perspicacia le linee minute, espessissimo impercettibili, che se-parano bontà da bontà, ingegnoda ingegno, e tanto e non più con-cedere alle prevenzioni dell’ ami-cizia quanto bastasse per un lato anon pungere la delicatezza dell’a-mor proprio, per l’altro a non ren-dere colla palese parzialità ineffi-cace la lode . Lasciamo che altrigiudichi se l’avere disegnati da na-tura i contorni compensi il perico-lo a cui si mette un pittore , chedeve obbedire non solo alle leggidella generale convenienza, ma aquelle ben anco della rassomiglianza