particolare ; tanto più trattando-si di persone viventi e collocateda’propri meriti o dal proprio gra-do nesli occhi di tutti, e da tutti,con sentimenti di vana passione ,piùo merlo, e per varie guise ap-prezzate . Da questa difficile im-presa si tolse T Albrizzi con quellaapprovazione del pubblico, che,se non ha bastante appoggio nellequattro edizioni fatte in pochi an-ni, riceve solenne e compiuta di-mostrazione nel frequente citarsidi questi ritratti, quasi a valido te-stimonio della verità di quanto ahtri scrive in proposito degli origi-nali. Qual tributo di delicata affe-zione non si offerse dall’ Albrizzia suoi amici in questo libro, colquale, mentre credevali degni distare continuamente negli occhidel pubblico, faceva che vi stesserocontinuamente in sua compagnia,ossia coll’eloquente testimonio del-la stima perspicace che avevano sa-puto inspirare? E perchè la dol-cezza delle impressioni che riceve1’ animo al contemplare i lavoridell’amicizia intelligente non fos-se intorbidata dall’ amaro che lagiusta critica è pur costretta alcu-na volta di mescolarvi, lasciò inno-minate le immagini nelle quali ilbiasimo è prevalente, di manierache puoi stimare che queste nonad altro fine si tracciassero dal sem-pre delicato pennello, che al solodi far piii spiccare col contrastodelle ombre la luce . Veramentegentile quell’animo che quando hail buono dinanzi insiste quasi al-lettato nelle individualità, e quan-do ha il cattivo contentasi dellesfumature e si tiene allargato neigenerali! Ogni cagione in tal mo-do vien tolta di sospettare che lamalignità si affratellasse alla evi-dente penetrazione. Nomineremodopo i ritratti degli amici viventila Vita di Vittoria Colonna, scrit-ta per la raccolta del Bettoni deicento illustri italiani r e che può
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dirsi rispetto all’ Albrizzi il ritrat-to di una morta rivale. In questaVita lo studio, che nei ritratti siarrestò più che altrove uell’animo,si distese all’ingegno, appunto per-chè se a giudicare di quello puòcredersi bastante la propria espe-rienza, a convenientemente giudi-care dell’altro è bene attendere idocumenti che viene a mano a ma-no somministrando la posteritàspassionata. Ma quanto di fino sen-tire e di acuto giudizio avea mo-strato 1’ Albrizzi nelle opere ante-cedenti, le convenne raccogliere nelpiu vasto de’suoi lavori, la descri-zione delle Opere di scultura e diplastica di Antonio Canova. Ta-cendo delle anteriori edizioni to-scane e venete, ricorderò 1’ ultimae più compiuta di tutte, comparsain Pisa co’tipi del Capurro l’annoi83r, in quattro volumi in 8. Ven-ne in quest’ opera f Albrizzi alleprese con un argomento, oltre chegrandioso, malagevole sommamen-te. Che cosa è descrivere opere diarte, se non rendere colle parolepiù vicino all’ intelligenza il pen-siero dell’ artista, per chi ha vistal’opera; e, per chi non la vide, rap-presentarne coi modi concessi adarte diversa il più possibile dellabellezza, o di que’concetti che lacagionarono ? Se non volessi aste-nermi da frasi puramente retori-che, direi , che questo era benetrattare la clava d’ Ercole con ma-no donnesca, o più veramente im-bracciare lo scudo di Pallade ter-ribile agli occhi mortali . Ma la-sciando le troppo solite allegorie ,era necessario in chi ponevasi a ta-li descrizioni inspirarsi del fuococoncesso al genio più eccelso dellearti moderne, e quanto dovea ri-manere indietro la parola alla sta-tua nella rappreseutazione sensi-bile, tanto sottentrando arditamen-te avanzarsi nell’ interpretare nonsolo, ma e nell’ esprimere ciò chedella parte intellettuale colle formo