proseguire le lezioni, all’arcivesco-vo Filangeri, che il dimandavachi gli piacesse nominare tempo-rariamente a succedergli nell’uffi-cio e nell’ onore , rispose merita-mente il Ciampitti, conciossiachèquesti allora sembrava di granlunga il più degno di tutti, a cuitanto incarico venisse fidato. Pocoappresso il d’Aula passò di questavita, ed il Ciampitti senti di ciòtanto dolore, che ninno il potreb-be spiegare a parole : e per disfo-gare il suo cuore, e dare un tribu-to all’ amicizia, scrisse in soavissi-mo stile la vita del defunto, laquale fe’ pubblica colle stampe.Sostenne quindi le veci di rettorenel seminario medesimo : e chipotea sostenerle meglio di lui ?llivolse adunque tutto l’animo adaddottrinare con piacevolezza ifanciulli, nè soltanto si diè curad’instruirli nelle lettere e nell’al-tre più severe discipline, ma viemaggiormente ancora ne’ costumi,in che informavali più coll’esem-pio che co’precetti, imperocchéavvisava doversi usare ogni sfor-zo, onde gli animi de’ garzonettinon solo fossero tutti negli studii,ma eziandio nelle virtù. Poco do-po fu fatto esaminatore degli or-dinandi e de’ confessori, e scrittofra i socii della Casa d’ Orazione :due onori conferitigli per operadi Giuseppe Capece-Zurlo. Frat-tanto Gennaro Vico, figb nolo dol-1 ’ immortale Giovambattista , ilquale allora aveva ottenuta la cat-tedra di latina eloquenza, vinto,o dalla malattia o dall’ età, morì.Tale ufficio incontanente venneconferito al Ciampitti siccome auomo e sapiente e virtuoso. A tut-to ciò inoltre fu aggiunto l’inca-rico di rettore della regia univer-sità. Nell’anno 181 q venne ascrit-to all'accademia ercolanese di cuiposcia fu presidente dal 1827 sinoall’ ultimo della vita. Nel medesi-mo tempo creavasi canonico della
385
chiesa napolitano, e rettore delseminario, il quale volgendo già adecadimento e ruina con ogni ope-ra e diligenza tolse quasi da mor-te, e gagliardamente si sforzò tor-nare al primiero splendore, nonperdonando nè a spese, nè a fati-che : e videsi perfino sovvenirealla necessità dell’Archiginnasio,spendendovi continuamente delsuo. La lode del modesto porta-mento, e la non fucata semplicitàde’costumi, vinse di gran lungatanta sperieuza negli studii di an-tichità, tanta sapienza di tutte co-se, tanta facondia ed eleganza nel-lo scrivere latinamente, cosicchéei non fu a ninno secondo. Nè eh-bevi pregio di virtù che in Ini nonsi ammirasse. Umano, dolce, fe-dele nell’ amicizia, sprezzatore sìdelle cose, che delle lodi proprie,lo avresti udito encomiare som-mamente gli altri, nulla giammaidire di sè medesimo: e pure quan-to meno cercò di gloria, tanto piùne acquistò. Caro a’giovani, i qua-li lo avevano in amore non altri-menti che padre, carissimo agliamici, nè meno a’grandi, i qualiconciliavasi per sempre come sifosse loro avvicinato la prima vol-ta. In tal guisa trapassò la pueri-zia, l’adolescenza e tutta la vita.Ma alla fine, grave di anni e rifi-nito dallo stadio e dalla fatica, do-lente per la morte di moltissimiamici, ed in ispecie di Donato Gi-gli e di Luisa Ricciardi contessadi Camaldoli, ch’egli innanzi atutti amava, a poeo a poco co-minciò a perdere le forze e lasanità. Nacquegli inoltre un po-lipo nelle narici, di poi presoda febbre, finì la vita di ottanta-due anni compiti. Nè morendoportò seco soltanto le lagrime de-gli amici, ma quasi tutta la gloriadella latina eloquenza, gloria cheper tanti anni aveva ottenuta inNapoli. E di vero la ruina futuradelle lettere latine affacciavascgli
1