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Geme tra i plausi e tien la testa bassa^
Chi non se 7 vede y e chi s'infinge e passa (r).
Ma come umile e mansueto ch’egliera stavasi non pur rassegnato macontento a questa povertà, onde achi lo sollecitava un tratto di tra-mutare oltr’Adige nella più bellae popolosa parte di Verona, rispon-deva di non sapersi staccare da unsuo giardinetto, il quale non eraaltro che un meschinissimo orti-cello.
A compiere ora la dipintura del-1 indole sua piglieremo ad impre-stito le parole di chiara donna suaconcittadina ed alunna , che cosìritrasse il candore dell’ animo delPompei :
« Egli era d’una bontà attraen-te. Benché severo persè medesimonell’ esercizio delle virtù evange-liche, pure gli altrui difetti sapevae compatir saviamente, e dolce-mente correggere. Frequentava leconversazioni, ove era desiderato,malgrado la poca sua comunicati-va ; e oltremodo piacevano alcunesue epigrammatiche gentilezze,cui le donne più leggiadre ambi-vano di meritare. Quantunque ildono non avesse dell’accademicarecitazione, era sovente invitato adire i suoi versi e sempre applau-dito. Nemico di letterarie contese,fino a renunziare alla propria opi-nione per delicato timore di offen-dere 1’ altrui , pure alcuna voltausciva dall’usata sua moderazione,allorché amore di novità stranieradeturpava con barbari o malcom-posti vocaboli la purità della no-stra lingua, ch’egli considerava ilmerito più essenziale d’un’operaletteraria. Superiore a fortuna, che
(i) L'immortalità; Stanze recitatenell'accademia filarmonica in morte deidue accademici Girolamo Pompei e Zac-caria Betti: st. V. fac. 38 del librettointitolato: Versi dell'ab. BartolommeoLorenzi, poeta estemporaneo. Verona,nella slamp Giuliari, 1804 .
mai non gli arrise, non degnò in-chinarle uno sguardo per avernefavore. Era spettacolo augusto per1’osservatore filosofo il vederlo inpovera disadorna cameretta con-tento del poco, ma riccamente at-torniato dagli Omeri, dai Sofocli,dagli Euripidi , lieto e felice diravvisare nell’ ingegno altrui l’in-gegno suo proprio ( 1 ) ».
Da G. V.
ARCO (d’) ( Giambatista Ghe-bardo ), nacque in Arco, piccolacittà del Tirolo nell’anno fjSq daEugenio de’ Conti d' Arco e daTeresa Ardizzoni. Bambino dipochi mesi fu trasportato a Man-tova, in che avevano stanza i suoigenitori i quali volendone tenereaffettuosa evira da sé medesimi nèad altri affidarlo, e gli stillaronoin cuore noassirne santissime direligione, ed il provvidero d’otti-mi precettori. Avanzato nella a-dolescenza gli fu dato a maestrodi filosofia il padre Baroni il qua-le fece che il giovinetto s’inna-morasse del Woltìo e delle suedottrine, talché usando con mol-to ardore le opere di quell’ acutotedesco, non è maraviglia, eh’ eipure ne uscisse di acuto ingegnofornito. Più tardi portossi a Par-ma dove tenne famigliarità gran-dissima col Condillac a quei gior-ni luminare di dottrina filosofica,poi in Verona col Torelli e colPompei. Quivi innamoratosi diMatilde di Canossa escita di splen-dido lignaggio, la fece sua sposa,e l’amò sempre. Maria Teresa im-peratrice munificentissima avevaordinato in Mantova un’accade-mia di scienze, lettere ed arti, edegli annoverato frai primisocii, fuanimato da quella sovrana ondeseguitasse isuoi studii : e siccome
( 1 ) Ritratti d’ alcuni illustri amici diSilvia CurtoniVerza. Verona, lip. Gara-barelli. 1807, fac. 33-34-
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