in quell’accademia ogni anno so-lcvansi proporre alcune quistioni,nel 1771 si propose qsesta: Qualdebba essere il bilancio della po-polazione e del commercio tra lacittà ed il suo territorio ; rile-varne i disordini e i rimedii pra-ticabili onde provvedere al piùfacile reciproco sostentamento ebisogno ; e Giambatista tale formòrisposta, che la sua dissertazioneriportò sovra molte altre la palma,del che i giudici, conosciuto l’au-tore, ne furono lieti assai. Questadissertazione gli valse anche mol-te associazioni ad accademie d’Ita-lia e forestiere, e glie ne scrisseroin lode Federigo II re di Prussiae Ferdinando di Borbone duca diParma. Per molti anni seguitò aleggere in quell’ accademia suedissertazioni ed elogi, di che poifu messa in luce una raccolta inCremona in quattro volumi nel1785. Fra queste elucubrazioni,la maggior lode ottenne quellache ha per tema Della patria pri-mitiva delle arti del disegno, incui si tenta di mostrare, central’opinione di varii stranieri rino-matissimi, che dalla Italia avessetratti gl’ insegnamenti intorno learti belle la Grecia, nel cui senociascuno sa giunsero a quella per-fezione, se perfezione propria-mente nelle umane cose vi abbia,a cui diffìcilmente e pochissimiaggiunsero fra i posteri. Dellaquale opinione, cioè di quella pa-tria primitiva, molto fu disputa-to, nè questo è il luogo di render-ne conto.
Cresciuto in buona fama di uo-mo letterato, venne anche nell’al-tra di uomo dotto nella pubblicaeconomia, e da questa natural-mente ebbe pubblici incarichichiamatovi da Giuseppe li impe-ratore, che il nominò intendente-politico del ducato di Mantova.In questo suo nuovo ministero simostrò sempre integerrimo e fer-
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ino,Astretto osservatore delle leggie benefico, talché nell’inverno del1782 rincarile le biade ricoveròed alimentò numero grande dipoveri operai, e sempre ebbe spe-ciale cura di orfani fanciulli fa-cendogli istruire nell’agricoltura.Continuò più anni in quell’ offi-zio, che, comunque onorifico diper se stesso, nulla di meno rie-scivagli di grave peso e per le av-venute perdite di alcuni suoi piùcari, e per malori che minaccia-vangli la vita, sicché Francesco Iimperatore di gloriosa memoria,gli accordò di vivere in quell'oziobeato che domandano potente-mente le lettere e la vita egra edafflitta. Ricondotto alla domesticaquiete, si ridusse a Goito, villaposta in cima un colle amenissi-mo, di aere puro e convenientealla sua tempera, dove viveva trai conforti della religione da luisempre amata sovra ogni rosa, efra le conversazioni degli amici ;senonchè siccome i beni di quag-giù non ponno per immutabiledecreto durar mai lungo tempo,una fistola che il tormentava dapiù anni gli si chiuse a un tratto,e, come è naturale, tolto quellosgorgamelo di abitudine, gli sioppresse infinitamente la respi-razione, talché il minacciava dinon lontana fine. Poi accadde cheun suo nipote, fanciullo a lui ca-rissimo, ed unico rampollo di sìillustre lignaggio, gli fosse toltoda morte, e con esso ogni speran-za di vedersi riprodotto tra’ po-steri : e siccome solea dire dipen-dere dalla vita del fanciullo lasua , così questa troncata, fu in-dovino che pur la sua si spegnes-se, imperciocché a’ sii ag di ago-sto del 1791 finì di vivere quasid’improvviso, e favellando con lasua amata consorte.
Giambattista fu di gentile a-spetto, di tempera debole anzi cheno, d’illibati costumi; che se a