Band 
[Volume terzo e volume quatro.]
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tson meno dell’ornato e della sim-metria compongono la bellezzadelle fabbriche, sono argomentoagli altri ragionamenti dell’A. Chese fin qui tu lo vedi più intento adistruggere che a propor regole,bada che il sovvertimento dell’ar-te venne dal troppo, e che a pur-gare un terreno infestato da bron-chi è necessario usare del ferro edel fuoco. Intanto egli t’ insegna,che il bello degli edificii non e-merge dalla grandezza , non dallacopia degli ornati nè dalla ricchez-za : che non volge a’capricci dellamoda, ma è positivo, universale,costante : elle le nostre fabbrichenon riceveranno mai l’improntadivina dell’inventiva fino a che sicopieranno servilmente gli anti-chi, e non si ridurrà la imitazioneall’investigare da quali principiied ispirazioni sieno state generatele opere loro maravigliose : che leautorità e gli esempi , di qualun-que persona, luogo e tempo si sie-no , non debbono avere alcun vi-gore quando sono contrarii allabella natura ; che in somma nonsi dee trarre dietro al carro dellelettere e delle arti la filosofia , madebbe starne al timone. Conchiu-sa la parte elementare che concer-ne le misure, tratta l’A. nel secon-do volume della comodità dellefabbriche, che ne forma la partestorica. Trovandosi quest’arte col-legata a’ bisogni della vita ed allepiù importanti istituzioni, e com-portando il soggetto di ragionaredella forma, collocazione e distri-buzione de’ pubblici e privati e-dificii, si aprì all’A. un vasto cam-po di critica e di utili ammonizio-ni eh’ ei percorse in ogni lato conquella piacevolezza e spontaneitàdi ragionamento, che sono al tut-to proprie degli scritti suoi, e chefanno quanto istruttiva, altrettan-to grata la lettura di questo.

Vaghezza di moralizzare sviònon di rado l’A. dall’assunto: di

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che si avvide egli stesso, e ne ad-dusse in discolpa , che lo studiodell’architettura non dovendo ri-strignersi a que’pochi che ne fan-no professione, ma estendersi acoloro che trovansi in istato difarla esercitare, gioveranno ad es-si quelle osservazioni che miranoa dimostrare la utilità o l’inutilitàdi alcune fabbriche, la situazione,la forma e la distribuzione più con-veniente. In un apposito capitolosul fine dell’opera l’A. volgendoil discorso a’ ricchi, dimostra loroquanto si vantaggerebbero dallaconoscenza del disegno e dallo stu-dio dell’architettura.

Meno felice, a quanto ne pare,fu il Milizia nella terza parte diquesto lavoro che tratta della soli-dità delle fabbriche. Non è eh’ einon sentisse l’importare della ma-teria , ma, non esercitando prati-camente l’architettura, non avevaalla mano esperimenti ed esempionde oppugnare o confermare leconsuetudini de’pratici e le teori-che degli scienziati; quindi si con-tenne a riferire quanto nelle ope-re altrui ritrovò. Nato ad essereautore, parve non curante dellalode di compilatore diligente; poi-ché non trattò della meccanicacostruzione delle scale, non del-1’ arte di tagliare le pietre, nè de’varii modi di collegarle ad esem-pio degli antichi, non delle cupo-le nè degli archi rampanti, nondelle macchine per sollevare o tra-scinare! pesi, non d’altri argomen-ti di uguale importare che trovan-si svolti distesamente nell eruditaopera di M. Rondelet.

In quella vece accusò l’architet-tura moderna di aver fatto pochiprogressi rispetto alla solidità: giu-dizio dettato forse meno dall’amo-re odalla conoscenza del vero, chedal desiderio di scusare l’incuriacon la quale aveva egli trattatotale materia. O sservatore impar-ziale quale si mostrò quasi sempre,