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[Volume Nono e volume decimo.]
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Il

no alla pittura, alla scultura edarchitettura si disse è mio... Sonpoi da credersi appena le mole-stie, le difficoltà^ i travagli cheingollar mi fu duopo a questo ri-guardo. Gli scrittori che in prias J erano accinti all’ impresa, consoverchio calore fors J anco, raf-frecldaronsi in breve; se riprende-vasi alcuna cosa con troppa seve-rità diventava mia colpa, e nonvi fu genere di contumelia da cuinon fossi laceralo... ed è certoche non rrì avrei posto a lavoro sìfastidioso se avessi potuto preve-dere tante angustie e disagi. Eccola solita mercede agli ottimi divisa-menti con molta fatica e il migliorsenno condotti: ma la turba de’sa-putelli vuol gracchiare e gracchia asua posta contro la temuta frustache li tiene in freno e corregge, eil gracchiare de'saputelii fusola ri-compensa al Fabroni, che da que-st’ opera non ritrasse nè premio, nèemolumento che fosse. Vedemmocom’ egli accenni di essersi interte-nuto a discorrere intorno all’ artibelle, ed era infatti dell’ arti bellee amoroso e intelligente assai. Edu-cato nella città ove pongono loronido, portava con se i frutti dellaricevuta educazione, nè Firenze ePisa meno della città eterna vale-vano ad alimentare in lui l’amoreper le arti belle concetto. Di questoamore è prova il volume del Gior-nale di Pisa che tratta deir Istoriadel disegno, e che poscia anco se-paratamente stampossi : è provala dissertazione intorno alle statuerappresentanti la favola di Niobe,

statue per cura del conte di Rosern-bergh, ad istanza del Fabroni, tras-portate di Roma a Firenze, e dalui attribuite, più presto cheaPras-sitele, a Scopa, contro il parere delMengs che le volea lavoro di ro-mana officina. Intanto il Fabroniper tante opere d’ ingegno , pertante prove di animo generoso, eper la vicinanza di personaggi persenno e gradi illustri distinti cre-sceva in istima, e cresceva in guisache Leopoldo ad educatore lo eles-se de’ suoi figliuoli. Come il Contedi Rosembergh ne diè al Fabronilo annuncio, io men dolsi grande-mente, scriv’ egli, poiché l J animomio abborriva dalle corti, sentivache le mie forze non sarebberostate a sorreggere sì gran pesoopportune, e non dubitava puntoche l J invidia fatto avrebbe di meun suo bersaglio; per questo pensòegli che tornerebbe meglio consu-mare in viaggi il tempo al conferi-togli magistero destinato, e dalclementisssimo principe non solo ilpermesso, ma il dinaro all’uopo ne-cessario ottenne. Viaggiò quindi laFrancia e si fermò alla lunga inParigi, ove conobbe da vicino gliuomini più famosi di que’giorni, d’Alembert, Condorcet, i Cassini pa-dre e figlio , La-IIarpe , Arnauld,Mirabeau, Mably, Condillac, ed an-che Rousseau, e Diderot, e men do-leva, die’ egli, perchè cotesloro a-vessero voluto farsi i corifei dellaempietà. Di Francia passò in Inghil-terra, e come fu ricevuto cortese-mente dal conte Belgiojoso, amba-sciatore cesareo, cosi per mezzo di