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[Volume primo. Parte seconda.]
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mente i Veronesi al governo di un soloe la repnbblica cominciö a degenerarein inonarchia. Fu corto il di lui princi-pato, essendo morto compianto da tuttiil di 7 marzo 1504.

Fu nel teinpo che Verona si governöpopolarmente che nacquero le inimicizietra le famiglie de’ Capuletti e de’ Mon-lecehi. Gli amori di Giulielta e Romeosono stati creduti come fatti storici, e ilMuratori ne parla anzi ne’suoi Annali.Corte colloca la storia di questi amantiverso l’anno 1205; Shakespeare rese ce-lebre quell’avventura nel teatro inglese;ma il dotto veronese monsignore Bian-chini nella sua Storia universale provcitaco J monumenti, la sostiene come iunnagi-naria. Sono circa due secoli chesi estin-sero le dette due famiglie, eppur s’ignoraove fossero le loro abitazioni. Il credutosarcofago degli sventurati amanti non hafondamento alcuno di cerlezza.

A Bartolomeo, morto senza figiiuoli Ie-gittimi, succedette il fratello Alboino , chesi prese a collega il fratello minore CanFrancesco, poi soprannominato Cangran-de, uno de J pik notabili e magnifici si-gnori dalVimperator Federico II in poi,dice il Boccaccio ; il maggior Uranno eil piä possentc e ricco che fasse in Lom-bardia da Eccelino di Romano in poi ,scrive invece Giovanni Viilani. Questi ducfratelli , non contenli della nomina delpopolo , che poleva una volta o F altraredainare i suoi diritti, si fecero da En-rico Vl'II crear vicarj hnperiali, dopo diche, quasi insultando a chi gli avevaelctti, convoeati gli anziani, i gastaldi edil consiglio , rinunziarono all’ elczione dicapitani del popolo, pubblicarono l’inve-stitura delFimperatore, a cui e a se stessifecero prestar giuramenlo, e posero l’ar-ma imperiale sullo stemma loro gentilizio.

Morto Alboino restö solo Cangrande(1511), che sielesse a collega, ma solo dinome, Alberto II figliuolo del defunlo Al-boino . Fu veramente magnilico il governodi Cangrande , il quäle sollevo la sua casaa si altissimo grado di potenza da essere) ricercata la sua alleanza. Sotto di lui Ve-; rona fu capilale di Stalo grandissimo, sedei di corte principesca, rifugio ed asilo de’\ primi personaggi d’ltaba. Uguccione dellaj Fagiuola, principe di Pisa c Lucca , Mat-teo Visconti cacciato da Milano dall’ e-mulo Guido della Torre, Dante che dedicoallo Scaligero il suo poema, una infinitaturba di trovatori , insomma letterali diogni maniera non trovarono ove meglio

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ricoverarsi che presso il principe di Ve-rona , il quäle bene o male scrisse puregli de’versi. Con che generositä e galan-tem venissero trattati questi ospiti daCangrande merita di essere veduto nellostorico di Reggio Sagacio Muzio Gazata ,uno de’ rifuggiti, che non conviene con-fondere col veronese Zagata, vissuto unsecolo dappoi.

Fra i molii fatti che resero gloriose,sopra quanti principi dominavano alloral’Italia, Cangrande della Scala , basterä losceglierne un solo, da cui apparirannoV elevatezza ed il valor militare di quel-l’uomo. I Padovani co’loro alleati s’eranod’iinprowiso condotti contro Vicenza , edaveano giä sorpreso con grande armatail sobborgo di S. Pietro. Avvertitone loScaligero in Verona , misesi in ispalla1’ arco che a somiglianza de’ Parti spessoportava, e con un solo scudiere corseprecipitoso a Vicenza . Cento uomini d’ar-ini a lui fedeli gli si unirono; ed egli ,fermalosi appena a bere un bicchiere divino presentatogli da una povera fem-mina, fatta aprire la porta diede addossoai neiuici, e un pugno di geilte, ma co-raggiosa e comandata da un eroe, in-eusse tale terrore all’armata padovana ,che lutta fu messa in fuga. Nell’impetodell’ inseguimento Cane si trovö con soliquaranta cavalieri tagliato fuori da quat-trocenlo fuggitivi a cavallo che si eralasriati addietro. Ma buono per lui che iprimi fuggitivi supposero i quattrocentoessere soldati dello Scaligero: e questis’ immaginarono trovarsi fra due corpinemici; sieche tutta 1’ armata padovanarestö dispersa, c i quattrocento si diederoprigionieri allo Scaligero, che ritornö aVicenza in trionfo. Per questo e similitratii di valore egli fu eletto in una dietaa Soncino capitano della lega Ghibellina,per la quäle, e piü per se stesso , feceed era per fare grandi cose, quando lamorte io colpi di anni 41 (1529). Lasciöai nipoti Alberto giä collega e Mastino II ,la signoria di Verona, Vicenza, Padova ,FeUre, Belluno e Treviso poc’anzi acqui-stata e dove mori, oltre Salö , Este e unnumero grande di castella e fortezze. Gliscritlori contemporanei Io fanno quasitutti morto di veleno.

Indole differentissima aveano i due prin-cipi. Alberlo , pacilico, inerte e inclinatoalla voluttä. Mastino, crudele, simulatoreed emulatore dello zio nel mesliere del learmi per coraggio, ma non per prudenza.Egli sottomise Bergamo agli alleati; a se