Orb. c. 3.
beg. 110.
5. Lſc.E trur. p.430.
G. 816.8 inferriHor uonlieet
in Pene.
J. 10. C. 2 4.
J. 1. c. 10.
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317 LIBRO UND E CIM O. 318
do queſto difetto con h antidetto, ecco chelHhrum ſi facea libro, Mundum ſi facea Mondo,
fem, ſi facea fœdę: e connettendogli con
troncar le conſonanti, fins reſtava fine, gal-Ius reſtava gallo. Medaglie ſi trovano, chedicon Voluſiano per Voluſianus, e Gallo perGallus. Pronunziavano ancora au per o, conche aurum diventava oro; e amauit diventa-va amoit, che frodate l' ultime ſecondo l-uſo, reſtava amò. Scambia vano il b e l' ucontinuamente, onde ſeribere paſſa va in ſcri.ve, haber in avere, laborarò in lavorars.Tutte queſte mutazioni, che tanta parteebbero pel coſtituire la lingua noſtra, nac-quero non da' barbari, ma dallo ſcanſare,che naturalmente ſi fa, delle pronunzie al.quanto dure, declinando nelle pid facili, emolli; per lo che al bel giorno d'oggi, chi ſta-rà a ſentire le poverè donne, quando in-ſegnano Orazioni a lor fanciullini, le udiràproferire, Dominus teco, Crodo in Deo patre,& altre tali. Quanto foſſe in Italia queſto co.ſtume anteriore a- Longobardi, ed a Goti, ſipuò apprendere da Caſſiodorio, che inſegna,come ęli antich avean detto colha per culba;e da Plauto, che ha ſalvom, ſervom, e nelbel primo verſo in voflris voltiß; ed ha pari-mente quom, che ſi pronunziava con, rite-nuto da- Veroneſi per quando, con ſo poſſa:col pronunziavano anche il cum, onde inlapida preſſo il Fabretti è con tuta per cumtota, poichè qualche volta mutavano ancheIo in u, come Caſſiodorio avverte, ben-chè aſſai pid ſpeſſo I u in o. Ci torna in que-ſto punto a mente, come in erudita conver-ſazione capitammo giaà, dove bella lapidet-ta, che ha Conſoli del 742 di Roma, e cheper corteſe dono venne poi nel noſtro Mu-ſeo, ſi ſcartava per la voce manſum, inter-pretata per podere, e perd riputata di baſ-ſo tempo. Ci fu allora preſtata fede, quan-to all' aſſicurar noi, ch'era antica, e ſince-ra; ma abbiam veduto poi, che non ci fupreſtata quanto al ſignificato delle parole,hoc manſum vent L Kal.&c. qual veramen-te non è queſio pocdlers fu vonduto: ma bens!venni& ſtan qua, cioè fui ſepolto il tal gior-no; poichè il giorno funerale ſi notava negliepitaffi talvolta, non quello della venditade terreni; e hoc ſta quivi in lingua popolareper huc, come in altre lapide s' incontra.Se alcun altro volgariſmo debbeſi ricordareancora, impariam da Feſto, che gli anti-chi Latini diceano coda, e non cauda; daGellio, che dell' i, e dell' e ſi valeano indif.ferentemente; da Quintiliano, che diceantre per tres, e dua( rimaſo a-: Fiorentini)e pondo in tutti i caſi, che ſe bene autoriza-to dagli Scrittori, venne da barbariſmo:impariamo dalle lapide, che gl' idioti ſcar-
pellini pronunziavano bibenti per viventi, euſum, preſo da- Veneziani per ſarſum, cin-que per quinqus, nous per novom, ſealici perer dlocim: troviamo anche moſe per menſe, ePaſat per penſat, ſecondo il perpetuo coſtu-me di mangiar la n nel mezo, per cui veg-giamo ſempre Coſſ per Conſulibus ne monu-menti; e dal quale reſtò iſurare per men-
ſurare, e a quei del contado Veroneſe andan
4 maſom per ad manſonem. Si riconoſce nel-le lapide ancora, che l'i conſonante ſi pro-nunziava alle volte per zeta, trovandoſi Ze.eis, onde venne al noſtro dialetto zohia perJopia, ſottintendendo dies; e tutto queſto&nulla riſpetto a i frequenti volgariſmi, cheglꝰ idioti copiſti hanno laſciato in antichicodici, come ben ſa chi n' ebbe molti tramano. iAnche la maniera piu frequente de' no-ſtri avverbj era uſatiſſima dalla gente comu-ne, e traſpira in Ovidio, ove per eſprime-re, che ſtarà fortemente a cavallo, dice In-ſalſtam forti mente; e in Apuleio, ove ha iu.cunda mente reſpondit. Talvolta ancora ſi traſ-portò per proſſimità il ſignificato, comequando i Veroneſi(e poco variano ęli Spa-gnuoli) da maſſa, cioè cumulo, fecero unavverbio per ſignificar troppo, onde Faziodegli Uberti Fiorentino diſſe nel Dittamon-do, che il Giordano eraA modo Voronoſe groſſo maſſa.
Quel noſtro dire andar via& dalla formolaPretoria ire viam, riferita da Cicerone: matroppo ſi dilungherebbe chi voleſſe entraręnel fraſeggiare Italiano, che quaſi tutto dalLatino uſuale ſi può riconoſcere. Ben tra-laſciar non ſi poſſono due proprietà della no-ſtra lingua, che ſingolarmente ſi tiene avereſſa tolto dalle barbare, non avendole avutela Latina, e in primo luogo ęli articoli de-nomi: ma che il Latino plebeo gli aveſſe,pud arguirſi dal non aver gl'idioti ſervatele varie, e gramaticali terminazioni de icaſi, il che rendea neceſſario d' antepor lo-ro qualche ſegno per fargli diſtinguere. A
indicar però il primo caſo ſi valſero del pro-
nome illa, prendendone la prima parte perlo maſcolino, e per lo femminino la ſecon-da. Ila accompagna Tullio col nome di 5dea, dove altro non opera, che ciò che lain volgare. In queſte noſtre parti nel 18ro del pid da li ſi preſe la prima letter 5 47mente i crede. A Indicare il caſo ſecondo ſivalſero della prepoſigionè ae, come traſpiramolte volte anche dagli Scrittor!. Plautoper dire paste di notte; d noc te abiit; Ceſa-re, de media noc ie per di mega notię: Ora-
210 de modlio dis per d mego giorno; Fedro
Faobret. p.546.9.§ 2.b. 533.
Er. 173.ene ſ.
Arn. J. 3.1. 2.
J. 6. C. 13.
pro Mur.
Pro leg.Man.
De creder“ in un titolo, cioè Del credere; l. 3. fab.
Plinio genera ds ulmo, cioò dell: olmo: Vo-piſco
10.J. 16. c. 17.