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Tomo primo.
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32 Biblioteca della Eloquenza Italiana.

(*) Dialogo della volgar lingua di Giovanni Pierio Valeriane Bel-lunese , non prima uscito in luce. In Venera per Giamba-tifta Ciotti 1Ó20. in 4.

Panfilo Persico il diede alle stampe , Antonio Marostica , il Colocci , il ri-avutolo dal Vescovo di Belluno Luigi lomei , il Trissino , il Tebaldeo , Ales-Loll'mo O) , a cui dobbiamo alcuni al- sancirò de' Pazzi , e il Cardinal Giuli»tri scritti latini di Pierio. Nel Dialogo de'Medici, che fu Papa Clemente VII.s’ introducono principalmente a parlare

Note di Apostolo Zeno.

portano le opinioni del Bembo, àelTriJst-no , del Castiglione , di Alessandro de’Pazzi ,e per ultimo del Cesano . Da Girolamo Gi-gli nel Diario Sanese ( Parte I. pag. 239. )lì asserisce , che appresso il Conte NiccolòPiccolomini serbavasi manoscritta una Gra-mmatica volgare del Tolomei , del cui Cesanofa un severo esame il Muzio in una lettera( Battagl. pag.y. ) a Renato Trivutzio, ovealtra pur se ne legge ( Ivi pag. I.) al Cesa-no, e al Cavalcanti, nella quale con mol-la forza e’ribatte il parer del Cesano, chefosse assai migliore e più vago lo stile delMachiavelli , che quello del Boccaccio ; ee che il Boccaccio in maggior conto tenes-se lo stile usato nel suo Filocopo, di quel-lo, con cui scrisse il Decamerone .

(*) In questo non meno raro, che cu-rioso e dilettevole Dialogo , il Valeriana ,accordandosi col sentimento del Trillino,dice (pag.i 7.) che la nostra lingua è dige-nitura Latina, e di educazion Greca S e al-trove (pag. 30.) per bocca del Tolomei asse-risce, che gli antichi 6ramatici dicevano ,„ che Ennio . Lucilia, Pacuvio, ed altri Poeti3, di quel tempo proferivano le parole che„ terminano in bue e in mus, senza lalette-3, ra finale del sibilo con pronunciaTosca-„ na : il che si vede in tanti lor versi ,„ benché l’ignoranza de’nostri (-ramatici3, ve l'aggiunga. E però dice Capro, che„ i Toscani appena avevano la s per let-„ tera, e la passavano senza suono, come„ il più fanno i Francesi a’ tempi nostri .„ Onde i Romani, che da 'Toscani aveva -,4 no imparato, molte parole hanno decli-9 , nato al modo loro in molti nomi della„ terza declinazione, rifiutando la s fina-„ le nel caso genitivo : Bellum Persi Ma-,, cedonicum , dice Sallustìo , non Persts :)} Arconidi filiam, non Arconidis , diceTe-

„ renzio : In Timarchidi potevate , non,, Timarchidis, dice Cicerone , e pure nel,, dativo disse , neque in pnesenti Timar-,, chìdi quid respondere habuit , e’1 mede-,, fimo disse, stlius Verri, non Verris. Ca-„ risto, gramaticoantico, riferisce di aver,, osservato appresso Plinio nel libro, che,, egli scrisse , de sermone dubio , Herculi,, invece di Herculis. Sicché vedete, con-,, tinua il Valeriano , la lingua Toscana ,„ essere stata molto innanzi la Latina ,,, ed aversi conservato lungamente dopo ,„ anzi essere stata usata per eleganza e per,, bellezza - , e che crescendo sempre di cul-„ to e d’ornamento ,• è venuta a tale, che,, ora trae a sé più che mai non solo i vì-„ cirsi, ma tutta Italia ad imitarla . „Sin qui il Valeriano, col cui parere stannoancora i sentimenti di Lionardo Aretino ,di CelsoCittadini, e dimoiti altri, contra-rj affatto a quel tanto , che il Montaninipretende di sostenere nel libro I. di cote-sta sua Eloquenza a favore de’ popoli Set-tentrionali , i quali ampliarono bensì dialquante voci la nostra lingua , ma nonmai le diedero Tessere, né la forma. Madi quanti scrissero contra tale opinione ,niuno con più di nerbo e di forza ha trat-tato questo argomento , quanto il SignorMarchese ScipioneMaffei nel volume I. del-la sua Verona illustrata.

(«) Il Vescovo Luigi di Paolo Lodino ,Patrizio Veneziano della ColoniaCretense,morto in Belluno nel Marzo dell’anno 1625.fece il suo testamento ai 9. di Novembredel 1624. e con esso legò alla bibliotecaVaticana tutti i suoi codici greci e latini:di che il giorno dopo la morte di lui die-de parte al Senato Veneziano Giovanni daPonte, allora Podestà e Capitano di quellaCittà . Il Senato con sua Ducale ai 29.

dello