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Tomo III.
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r.iuno otta\ o

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Intra i monti vicini, dal proavoDEvandro, Pallantea lhanno chiamata.Questi, siccome forestieri, han sempreGuerra contro i Latini. Io tammoniscoChe a questi ti confederi, e compagniLi domandi allimpresa: io stesso addurliPenso ad Evandro , incontra a le correntiDi questo fiume. Or ti ridesta, o figlioDi Venere; e al cader primo degli astri,Porgi voti a Giunone, e le minacceNe storna e lire: a me lonor dovutoDarai tu poscia, vincitore. Io sonoQuello che vedi innanzi agli occhi tuoiTumido fiume che lambendo passaFra queste rive, e fende le campagneDella fertile Ausonia ; io sono il Tebro,Sovrognaltro agli Dei fiume gradito:Quivi è lalbergo mio, di qui sublimeSorgerà la mia fonte a gran cittadi.

Cosi gli disse il Tebro, e nel più cupoDellacque si sommerse allime stanze:

E con la notte il sonno abbandonavaLaddormentato Enea. Levossi allora;

E affisando le luci in oriente

Al Sol che a fronte gli surgea, nel cavo

Delle mani raccolse onda dal fiume,

Cosi pregando: 0 Ninfe di Laurento,

Ond han principio i fiumi ; o Tebro padreCon tutte le tue sacre onde, accoglieteEnea nel vostro grembo, e da perigli