r.iuno otta\ o
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Intra i monti vicini, dal proavoD’Evandro, Pallantea l’hanno chiamata.Questi, siccome forestieri, han sempreGuerra contro i Latini. Io t’ammoniscoChe a questi ti confederi, e compagniLi domandi all’impresa: io stesso addurliPenso ad Evandro , incontra a le correntiDi questo fiume. Or ti ridesta, o figlioDi Venere; e al cader primo degli astri,Porgi voti a Giunone, e le minacceNe storna e l’ire: a me l’onor dovutoDarai tu poscia, vincitore. Io sonoQuello che vedi innanzi agli occhi tuoiTumido fiume che lambendo passaFra queste rive, e fende le campagneDella fertile Ausonia ; io sono il Tebro,Sovr’ogn’altro agli Dei fiume gradito:Quivi è l’albergo mio, di qui sublimeSorgerà la mia fonte a gran’ cittadi. —
Cosi gli disse il Tebro, e nel più cupoDell’acque si sommerse all’ime stanze:
E con la notte il sonno abbandonavaL’addormentato Enea. Levossi allora;
E affisando le luci in oriente
Al Sol che a fronte gli surgea, nel cavo
Delle mani raccolse onda dal fiume,
Cosi pregando: 0 Ninfe di Laurento,
Ond’ han principio i fiumi ; o Tebro padreCon tutte le tue sacre onde, accoglieteEnea nel vostro grembo, e da’ perigli