LIBRO OTTAVO
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Posti all’ agguato ; e per le macchie e i dumiS’avvolgeano, e lenean già della ròccaQuasi il sommo, difesi e confidatiNell’orror della notte. Erano d’oroCapegli e vesti effigiate; a strisceDistinto aveano il sajo, e ai bianchi colliAurei monili; e in man duo dardi alpiniCiascun squassava, e ricopria le membraDel suo lungo barbarico palvese.
Quindi sculte v’ avea le sacre danzeE le feste de’ Salj e de’ Luperci,
Nudi le membra, co’ pilei sul capoDi bioccoli di lana, e con gli anciliGià caduti dal cielo; e il sagrifizioMenavano con pompa, in su le molliCarrette assise, per la via frequenteLe pudiche matrone. 11 divin fabbroPose in disparte del profondo AvernoLa bocca, e di Pluton la reggia aperta,
E il castigo degli empj. E tu pur v’eriFra questi, o Catilina , ad uno scoglioAcutissimo appeso, e agli spaventiDelle Eumenidi esposto. Era de’ buoniAltrove il loco, e Cato era lor duce.
Un gonfio mar scolpito era nel mezzo,
D’auro lucente, che volgea spumosiArgentei flutti: ed a lor tresche intesiCorrean delfini pur d’argento, e fondeCon le code sferzavano e co’ dorsi ;
E in mezzo alla marina, all’Azia pugna