XXXIV
dorè della elocuzione, la vinse di lunga mano nellafedeltà ; ed anco al verso diede una forma più narra-tiva, variandone con insigne destrezza il suono a se-conda delle cose; saggiamente moderò gli ornamenti, e:schivò quel periodo poetico soverchiamente allungato,,che nel traduttore di Virgilio disvia forse talora l’at-tenzione de’ leggitori dalle cose descritte, nel mentreche riempie loro 1’ orecchio di una troppo costante ar-monia. Nè a bene intendere Omero gli nocque la man-canza della gramatica greca ; perocché lo spirito diiquesto padre della poesia è trasfuso e vive in tantisuoi successori, che il Monti se n’era fatto succo finoda’ suoi primi anni. Ogni parola poi del testo, e puossidire ogni sillaba, è stata pesata su così rigorose bi-lance da tanti critici da cui venne tradotto letteral-mente nella latina ed in altre lingue, spiegalo , illu-strato sotto qualunque aspetto, che l’uomo dotato dilino giudizio e di cuore che sente non ha più bisognodi ricorrere al greco per vedere a nudo i pensieri d’O-mero. I quali, essendo eziandio tanto conformi alla na-tura e tratti dall’ intima ragione delle cose, vengonoda per sè stessi a percuotere senza molta fatica nellamente. Così il Monti, ricevuto dagl’ interpreti il con-cetto omerico, volse tutto il pensiero a gittarlo, percosì dire, nella forma italiana, come ve 1’ avrebbe git-tato Omero istesso se avesse dovuto scrivere in questalingua. E quanto all’armonia imitativa del verso, ei lasuppose dovunque gli parve che ne fosse il caso, e laritrasse per quanto il comporta la diversa favella. Nèciò poteva riescile difficile ad un sì grande artefice elipoesia, qual era il Monti. Ora è inutile il dire che leedizioni di questa versione, riconosciuta generalmenteper classica, si soiio moltiplicale c si vanno tutto