XLVI
Che si può dire veramente essere stata la sua vitauno studiare continuo ; e tale clic anche in mezzoalle conversazioni avveniva non rare volte eli’ ei s’ap-plicasse a qualche lettura, ed allora ei pareva astrattoda tutti gli oggetti circostanti, che più non avevanoalcuna influenza sopra di esso. Allorché poi attendevaalla composizione de’ suoi versi, dimenticavasi d’ ognialtra cosa, e bene spesso perfino del cibo; non essendocontento giammai finché tra le varie maniere di espri-mere un pensiero non avesse trovata quella che piùlo mettesse in immagine , ed insieme avesse migliorgarbo di dire. Ed a questo effetto lo rivolgeva da ognilato, e lo rimetteva più volte , secondo il detto diOrazio , sopra l’incudine , durandovi intorno ogni fa-tica, e riscrivendo più e più volte la cosa medesimafino a tanto che avesse raggiunta F idea della perfe-zione eli’ ei se n’ era formata. Sicché, venendo lodatoper quella spontaneità che nelle sue scritture apparisce,soleva rispondere che gli costava moka fatica il fareversi facili*. Soprattutto egli fu studioso della chia-rezza e dell’ armonia, due doli le quali siccome vollesempre conseguire in sé stesso, così mal soffriva dinon ritrovare negli altri. Di qui il contraggenio, che,nato in lui una volta, non potè giammai esser vintoper lo stile dell’Alfleri, autore nel qual ammirava peraltro i pregi della composizione e de’ sentimenti. Lesvariatissime circostanze nelle quali trovossi il Monti,c da cui ebbe impulso a poetare, lo inspirarono sempre
* Queste espressioni gli venivano suggerite da Boileau , il quale erasolito gloriarsi di avere insegnato a Bacine a fave con difficoltà versi fa-cili. E prima di lui Erasmo di Rotterdam , illustrando l'adagio IlerculcilaboreS; aveva scritto: Nec vitellift leclor (aiti si intelhgitcerte nonmeminit) quanlis dfficultalibus nobis consliterit dia j qua legens fruitur,facilitasi quanlisque molcstiis ea molestia sìt adonta ccetevts.