TERZINE
A quel trabalzo per tcrror le chiomeMi si arricciare, ed io da tergo intantoVoce sentii, che mi chiamò per nome.
Scrivi ( gridò ) quel che tu vedi. — Al santoSuon di queste parole un terso vetroSi fé’ tosto la nube in ogni canto.
Guardai davanti, e mi rivolsi indietro,
E campo d’insepolte inariditeOssa m’ apparve abbominoso e tetro.
O voi, che sani d’intelletto udite
Gli alti portenti e il favellare arcano,
Quel eh’ io già scrivo, nel pensici- scolpi te.
Vidi. In aspetto spaventoso e stranoDi scheletri facea l’orrida massaFunesto ingombro al desolato piano.
L’altere ciglia in riguardarli abbassaIl fasto umano, e baldanzosa in attoMorte col piede li calpesta e passa.
Io timido mi stava e stupefatto
All’oggetto feral: quando spiccossiUn lampo, e corse per l’immenso tratto.
Tremò del ciel la porta, e spalancossi}
S’incurvar rispettosi i firmamenti,
E dalle sfere un Cherubin calossi.
Volò su le robuste ale de’venti.
Cardie di foco e fumo avea le spalle,
E un cerchio in fronte di carboni ardenti.
Venia rotando per l’etereo calle
Di baleni una pioggia, e ritto alfineFermossi in mezzo alla tremenda valle.
Ne misurò col guardo ogni confine,
Fe’poscia un cenno colla destra, e innanteUom gli comparve di canuto crine.
Era placido e grave il suo sembiante,
E lunga a lui dagli òmeri una vestaSacerdotal scendca fino alle piante.