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1 (1839) Poesie varie / di Vincenzo Monti
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TERZINE

A quel trabalzo per tcrror le chiomeMi si arricciare, ed io da tergo intantoVoce sentii, che mi chiamò per nome.

Scrivi ( gridò ) quel che tu vedi. — Al santoSuon di queste parole un terso vetroSi fé’ tosto la nube in ogni canto.

Guardai davanti, e mi rivolsi indietro,

E campo d’insepolte inariditeOssa m’ apparve abbominoso e tetro.

O voi, che sani d’intelletto udite

Gli alti portenti e il favellare arcano,

Quel eh’ io già scrivo, nel pensici- scolpi te.

Vidi. In aspetto spaventoso e stranoDi scheletri facea l’orrida massaFunesto ingombro al desolato piano.

L’altere ciglia in riguardarli abbassaIl fasto umano, e baldanzosa in attoMorte col piede li calpesta e passa.

Io timido mi stava e stupefatto

All’oggetto feral: quando spiccossiUn lampo, e corse per l’immenso tratto.

Tremò del ciel la porta, e spalancossi}

S’incurvar rispettosi i firmamenti,

E dalle sfere un Cherubin calossi.

Volò su le robuste ale de’venti.

Cardie di foco e fumo avea le spalle,

E un cerchio in fronte di carboni ardenti.

Venia rotando per l’etereo calle

Di baleni una pioggia, e ritto alfineFermossi in mezzo alla tremenda valle.

Ne misurò col guardo ogni confine,

Fe’poscia un cenno colla destra, e innanteUom gli comparve di canuto crine.

Era placido e grave il suo sembiante,

E lunga a lui dagli òmeri una vestaSacerdotal scendca fino alle piante.