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Già desto dalle pronte ore il mattinoIn ciel le stelle avea disperse e rotteDavanti al Sol per metterlo in cammino :
E in faccia al suo splendor vinta la Notte ,Raccogliendo le sparse atre tenebre,
Le cliiudea d’Aquilon dentro le grotte:
Quand’ io fuor d 1 uso da pungenti e crebreImmagini commosso, e stanco ornaiDi cercar più riposo alle palpebre,
Per un’incerta via m’incamminai;
E spinto sol dal mio pensier, sul passoD’un antro, non so come, io mi trovai.
Giù dalla schiena d’elevato massoUn fonticel di linfa cristallinaVenia serpendo e zampillando abbasso;
E di spruzzi spargea 1’ erba vicina,
Che ne fea tersi e tremoli specchiettiAl brillar della luce mattutina.
Penano i raggi orientali e schiettiL’interno del gentil speco romito ,
Che di mille ridea freschi fioretti.
De’ venticelli l’aleggiar gradito,
Il tranquillo silenzio a entrar là drenteFacean soave a mia stanchezza invito.
Ma tremar tutta all’ improvviso io sento
Sotto i piè la spelonca, e in tuon profondoFremere un rauco sotterraneo vento.