TERZINE
Fatta Italia parca stanza di Numi ,
Sì clic in vederla così bella, il piantoDella letizia mi fe velo ai lumi.
Perde la vista quelle larve intanto,
La vista che nel gaudio si sm ama;
Nè più, fuor ch’una, le mi vidi accanto.
Una sola ne vidi, che venia
Di gran sembiante, ornata della frondaChe Ninfa sul Peneo Febo fuggia.
Il negro lucco, ond’clla si circonda,Moderna la palesa e Fiorentina,
Di quella trista età d’ire feconda,
Cui diè nome la rabbia Ghibellina.
Lenta e grave procede, e tal nel viso,Che la delfica annunzia aura divina.
Al macro aspetto, che dall’ arte incisoGià più volte adorando avea veduto,
E più del core al palpito improvviso,
Ebbi tosto il Cantor riconosciuto,
Cui di carne vestito il trino regnoDella morte veder fu conceduto.
Pria severo guardò quel franco ingegnoLa risurta Reina; indi protesoVcrs’ella il dito, di parlar fe’segno;
E cominciò: Da’tuoi delitti offeso,
Cara Italia, io ti punsi, e, tuo flagello,Sentir ti feci di mie note il peso.
Serva ti dissi, c di dolore ostello,
«Nave senza nocchiero in gran tempesta,
33Non donna di province, ma bordello.
E tale ti lasciai quando la vestaMortai deposi dalla patria escluso ,
A’ suoi maligna, ed a’ non suoi molesta.
Or clic d’incauta libertà mal uso
Ti partorì buon senno, e miglior sorteAlfìn ti volge delle Parche il fuso}