TERZINE
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Dagli eterni silenzi della morteA veder mi conduco di pentitaMadre ancor bella le virtù risorte.
S’io t’ amai, s’io ti feci un dì scaltritaDel verace tuo meglio, e ti gridai,
Che sol lo scettro ti potea dai- vita,
Tu, che ancor leggi le mie carte, il sai.
Divisa, e sconcia da’tuoi vizi, in dannoLa libertà, diss’io, tu volgerai}
E la volgesti, e ti crescesti affanno}
Ch’ove concordia e amor di patria è morto,Fu de’molti il regnar sempre tiranno.
Dopo varia burrasca, alfìn nel portoRiparasti la nave a salvamento,
D’alte speranze carca c di conforto.
Ma rugge ancora la procella e il vento,
E ritornar t’ò forza in mar crudeleA far de’fianchi infermi esperimento.
Ben marinari hai tu che sarte e vele
Sanno trattar: ma chi al timon dà mano?
O chi l’ardisce in tanta onda infedele?
Dunque va cauta, e di nocchier soprano,
Che di nembi non tema, ti provvediFinché turbo e fremente è l’Oceano.
A lui l’impero, a lui l’arbitrio crediDelle dubbie tue sorti, e la donataRegai Corona al Donator concedi.
Ei più ricca, ei più bella e più temprataLa farà. Non ben atta a tanto pondoE la tua fronte, e mal n’ andria gravata.
Nè menar vanto, che il domato MondoUn dì tenesti in signoria} che stoltaÈ la superbia dei caduti al fondo. —
Sì parlava 1’ acerbo. E qual talvoltaMuta loco una stella, e lungo dardoDi luce riga la siderea volta}