SATIRICHE, EC. .’>31)
Io voglio di coturno allor calzarmi,
E d’altro serto cingermi la fronte,
Chè sazio io son di pastorali canni,
E dei mirti di Fiacco c Anacreonte.
Di me maggiore io già divento, c panniChe d’Ippocrene si dilati il fonte;
Panni che cresca la montagna, e mettaVicino al sole la superba vetta.
Corbi di Pindo , che d’invidia macri,
Disonor del santissimo Elicona ,
Mordete i cigni con rostri empi ed acri,
Come il villan desio vi punge e sprona,
Tentate indarno di strapparmi i sacriLauri che al crin mi fanno ombra e corona.
So che inerme mi dite, e sol dell’arco,
Sol della lira altrui sonante e carco.
Ma se inferma è l’etadc ed il consiglio,
Il tergo è armato di robuste penne,
Nè fia eli’ indi le svella il vostro artiglio,
Che temerario a minacciar mi venne.
Con epieste il petto mio l’urto e il periglioSpesso affrontò dei venti, e lo sostenne;
E con epieste varcar più in alto io speroAl crescere degli anni c del pensiero.
Benché or vana è la speme, ora che assisoStonimi con Nice d’ un bel mirto al rezzo,Dannato d’un sospiro o d’un sorrisoA bilanciar minutamente il prezzo :
Nè fra’mendaci incanti d’un bel viso,
A tante fole, a tanti nulla in mezzo,
Sciorre m’è dato sull’ ascrec pendiciUn canto degno dei Borghesi auspici.