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Fu l’avito retaggio, e tu non puoiRitornar clic mendico al patrio tetto.
Ma se t’arrendi al mio pregar, ToledoRiconoscente largiratti immensaRicchezza, e lieto tu farai ritornoAl paradiso del paterno nido.
Ma più die mai terribile ed immotoNel suo silenzio persistea quel fiero.
Allor versando un rio di pianto il vecchio,Gli abbracciò le ginocchia, c con tremanteVoce sommessa prorompea: Currado,
Non amasti tu mai? — Fulmine al coreDel taciturno eroe fur questi accenti.
Ratto in piedi balzò, feroce intornoAggirossi5 e parca, torvo guatando,
Sbranar volesse il supplice canuto.
Ma di quel pianto alfin la dolorosaVista il commosse, e la clemenza eternaChe de’ mortali il cor guida, siccomeOnda di rivo, in lagrime pietoseSciolse quel core, che il dolor per lungoVolger d’anni indurato ebbe c preclusoAlla dolcezza d’ogni bel sentire.
GÌi uscian per gli occhi due lucenti fiumiDi scintille} afferrò d’Ugo la destra,
E, Vincesti, gridò : tutto a’ tuoi cenniEccomi pronto. — Allor ratto il buon veglio,Per la salvezza di Matilde aprendoL’ali alla gioja, si partì.
v. MONTI.