satira quinta
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Puote i giorni condurre, a chi sortitaFu libertà più intera? E concedutoChe mi lice qual voglio , il menar vita,
Non mi son io più libero di Bruto?
E falsa la minor, grida qui rattoLo Stoico d’aceto acre diluto.
Via quel lice e quel voglio , c non ribatto.
— Poiché la verga del prctor mi feceTutto mio, perchè mo far issofattoCiò che talenta al mio voler, non lece,
Salva ognor di Masurio la rubrica ?
— Odi y e mentre l’error, di che t’infeceLa nonna, al cor ti svello, il naso esplicaDalle rughe del ghigno e della bile.
In possa del prctor non era ei micaUno stollo istruir d’ogni civileSquisito officio, nò dell’uso onestoDella vita che va. L’arpa ad un vileLungo galuppo adatterai più presto.
Ragion n’ò centra, e gridaci segreta:
Non far ciò che, il facendo, è fuor di sesto.
ni si ducere vitam
Cui licet, ut voluit? Licet, ut volo, vivere: non simLibcrior Bruto ? Mcndosc colligis , inquit 85
Sloicus liic, aurem mordaci lotus aceto.
Hoc rcliquum accipio- licet ili ad, et ut volo, tolle.
Hindieta postquam meus a petetore recessi,
Cur mihi non liceat jussit quodcwnque voluntas,
Excepto si quid Masuri rubrica vetavit ? 9°
Disce j sed ira cadat naso, rugosaque sauna,
Dum vetcres avias tibi de pulmone revello.
Non prcetoi'is erat slultis dare tenuia rerumOfficia, atque usum rapidee permittere vita ?.
Sambucam citius caloni aptaveris alto.
Slot contra ratio, et secretala gannit in aurem :
Ne liceat faccre id, quod quis viliabit agendo.