LF.TTEHE
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ALL’AB URBANO LAMPREDI
Milano, aa novembre 1817.
Obbedisco al comando del carissimo mio Lampredi, erispondo a posta corrente.
Ove si abiti la Vadori, noi so ; chò io mi sono diviso datutte le società} c non mi resta con loro altro commerciodie quello del buon dì e buon anno, quando il caso mele porta davanti andando per la città. E il caso appuntomi accozzò ieri l’altro colla Vadori, la quale mi contò tuttoil trattato di che tu mi scrivi, c mi disse che le misere( e veramente miserissime ) sue circostanze non le permet-tevano di partire, se non le venivano da Napoli i mezzionde fare il viaggio} che di ciò ti avea già scritto} clicaspettava impazientemente la tua risposta; che vivea su lespine. Per servire il nostro buon principe Pignatelli, io ,uscirò dimani alla cerca di questa infelice, e la farò dabracco, c le dirò tutto che tu mi scrivi. Coll’amico Brei-slak mi disgraverò della tua commissione questa sera me-desima.
L’ egregio signor conte Montrone pur vuole che il miogiudizio sul suo Giovenale non sia officioso ma rigoroso: etale ei sarà. Ma ti ripeto clic non è mio mestiere il far ad-dosso a nessuno il dottore. Il buon giudizio è sì raro, cheio non so ancora averne abbastanza per me medesimo.
Le mende, che della Crusca mi hai notate sulle paroleCalibro, Carattere ed Esistere , sono vere, ma lievi. Ben al-tre son le magagne ch’io, con pazienza da Giobbe , vi hoscoperte. Nulladimeno in una appendice farò conto anchedi queste che tu m’acccnni, scappate dal mio crivello, ene trarrò materia per una letterina al mio dolcissimo si-gnor abate Lampredi.
Mi sarà caro il veder la messe dei nuovi vocaboli fattadal signor Selvaggi, al quale mi dirai servitore ed amico;