LETTENE
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ALLO STESSO
Caro amico. — Non so vedere qual lode mi possa veniredal render pubblica la lettera in cui vi esposi, per con-tentarvi , la mia opinione sul tanto disputato verso diDante
Poscia più che ’l dolor potè ’l digiuno.
Quella lettera (notatelo bene) fu scritta senza alcuna diquelle cure che si suol porre alle cose destinate alla stam-pa} e l’onorevole giudizio che voi e i vostri amici ne por-tate, procedendo da animi ben disposti a benevolenza, nonmi tranquilla. Tuttavolta dovendosi coi cortesi esser cor-tese, anche quando si corre pericolo di scapitarne, io nonso farvi niego della dimanda fattami di pubblicarla. Mavoi non siate sì corrivo nell’accettare la lezione Bartoli-niana da me lodata} perchè, tutto posatamente considerato,m’è avviso che la comune sia da preferirsi. Vero è chequesta, secondo la chiosa di quasi tutti gli espositori, nonfa molto onore al dolor d’Ugolino, mettendo con erroneogiudizio ad una stessa bilancia l’elfetto del dolore e deldigiuno, e spiegando che questo fu più potente di quelloa privarlo della vita : il che per certo non imprime nell’a-nimo quell’alta idea che ognun s’aspetta del
Disperato dolor che il cor gli preme.
Ma bene e fortemente l’imprimerà, se si considera questodolore, non come mezzo ad ucciderlo, ma come mezzo afarlo sopravvivere tre giorni alla morte de’cari suoi figli}essendo verità incontrastabile che ne’ forti caratteri unagrande passione somministra forze soprannaturali a poterresistere all’ultima dissoluzione dell’esistenza. Il che inteseassai bene Torquato là dove disse :