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Oh che sanguigna e spaziosa pollaFa l'una e l’altra spada, ovunque giugna,
Nell’armi c nelle carni! e se la vitaNon esce, sdegno ticnla al petto unita, (i)
E là pure, ove, parlando di Sveno, cantò:
La vita no, ma la virtù sostentaQuel cadavere indomito e feroce. (2)
E allo stesso effetto di valor disperato convien riferire queiversi :
Moriva Argante, e tal moria qual visse :
Minacciava, morendo; e non languia. ( 3 )
Dietro le quali osservazioni, tratte dal fondo vero dellafisica e della morale, ecco l’interpretazione, che dividen-domi da tutti gli espositori, (e credo non ingannarmi) iodo al verso in questione:
Poscia più che ’1 dolor potè d digiuno :
cioè : Dopo essere io sopravvissuto tre giorni a’ miei figli, dopoaverli per tutto quello spazio di tempo pietosamente chiamati,brancolando già cieco sovra i loro cadaveri, finalmente, piuche la forza del dolore e del furore a tenermi vivo, fu potentela forza della fame a darmi la morte. Con questa interpre-tazione a me pare che il dolore di Ugolino acquisti unaqualità di grandezza che la più non può darsi, e che salviquel misero dalla taccia di esser morto più di fame chedi dolore, mentre appunto, perchè fu immenso il suo do-lore ed immensa la sua disperazione, potè in lui operarsiil prodigio di render vano per tre giorni l’effetto terribiledella fame. Questa è la finale opinione in cui sono fermo.Quanto all’altra, t^dl’essersi egli pasciuto della carne desuoi proprii figli, credo di avere spiegato abbastanza nel-l’altra mia lettera l’orrore di questa cena. Salutate caris-simamente gli amici, ed amate il vostro, etc.
(1) Gcr. Lib. c. XII, st. 62.
(2) lb. c. Vili, st. 26.
( 3 ) lb. c. XIX, st. 26.