356
LETTERE
ALLA STESSA
Crescia, lunedì mattina alle cinque. (*)
Il sonno mi fugge; ed io, per cercar conforto al doloredel vedermi da voi diviso, vi scrivo.
Infermo del corpo e più della mente, entrai le porte diBrescia allo scocco delle undici e tre quarti con animo bendiverso da quello con che misi già il piede nella soglia divostra casa. Ho detto infermo del corpo, perchè, giunto atarda sera a Desenzano, mi sentii preso da non lieve ri-brezzo cagionatomi dalla troppo fresca arietta del lago$ dimodo che appena coll’avvolgermi tutto nel pastrano, e colfuoco della cucina potei riavermi. I cavalli volavano versoBrescia , e il pensiero volava verso Verona , e riandava ibeali momenti della vita quivi condotta, e le tante tenereprove d’ineffabile cortesia e d’amicizia incontrate nellavostra casa. Così mal concio e nel cuore e nella salute,passai inquieta tutta la notte, non senza la molestia d’unafebbretta, che mi convenne dissimulare onde non dar so-spetto al mio ospite d’aver accolto in sua casa un infermo}pensiero che per molte ragioni gli avrebbe dato appren-sione e disturbo. Quindi assai volentieri mi sarei rimastotutto quel giorno in riposo. Ma il buon Ugoni aveva giàpreso impegno di avermi seco ad un pranzo fuori di casacon una compagnia d’amici a bella posta invitati: ed io ,per non esser villano, prescelsi il pericolo di peggiorare lamia salute. Se non che in mezzo al tripudio dell’amiciziaio seppi abbastanza esser cauto per non far altro a quelpranzo che assistervi e nulla più. La qual prudente sobrietàfe si che dopo il calare del sole mi sentii abbastanza ri-
(*) Mancano il numero del giorno e l'anno, ina a ninno può caderein sospetto che l’anno non sia il 1820; poiché questa lettera si leganaturalmente con quella che precede c coll’altra che segue.
( L’ Editore.)