DEDICATORIE
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di quel gran merito che voi sapete, e candido giudice untempo delle mie Muse, come lo era un giorno Tibullo deisermoni di Orazio , benché d'Orazio affatto a me manchi l’in-gegno, e Tannico al contrario tutte possegga le eleganze di Ti-bullo . Era'dunque necessario per me, e dovria esserlo per tutti,andar in traccia d’una confidente ed aVveduta persona, allacui critica raccomandare l’emenda de’miei errori. Non è eglimeglio esser corretto dall’amico, che dal pubblico? Io l’horichiesto in voi questo giudice, e in voi T ho ritrovato}nè certamente più schietto e più illuminato io poteva de-siderarlo. Qual motivo più grande di compiacenza, e piùgiusto di sicurezza per me? L’amico lontano farà applausoalla mia scelta, e chi leggerà i mici versi rispetterà inessi l’approvazione d’un uomo che sin dagli anni più te-neri ha dato per prova a conoscere di essere il portentoe la maraviglia dei talenti italiani. Questa è una veritàpredicata da tutta Roma , ed io non ho altro merito chequello di ripeterla. Ma io non voglio imitare il ciarlatano,il quale, per dar credito al suo maraviglioso elisir, mostra ipassaporti e le ampie patenti in pergamena del Califfo edel gran Turco, e fa vedere il basilisco dentro l’ampolla.In Parnaso non si spacciano i versi, come spacciansi ibalsami sulla piazza. Il pubblico non si sottoscrive sullaparola, nè per nulla gl’importa che una poesia abbia l’fm-primatur dello stesso Apollo e di tutte le nove Muse. I solisuoi occhi sono la regola e la misura de’ suoi giudizi, edesso si burla delle speciose raccomandazioni e protesteche brillano in fronte ad ogni libro , secondo la modernaimpostura. Io lo temo , io lo rispetto questo pubblico for-midabile: nulladimeno io voglio sperimentarlo, giacché losperimentano tanti altri: e qui permettetemi una digres-sione.
Niente più facile che il dare alle stampe un libro dipoesie, e niente più difficile che il darlo buono. Non v’èpoeta, per meschino eh’ei sia (e di meschini poeti non fumai inopia), il quale non abbia il suo ben custodito can-