Parte II. Capo XXXVIII. Sez. T. j 17|>er la prima volta. Un uccello, che avea udito cantare alla suapartenza, vi cantava ancora al suo ritorno (1) ; ma egli ritornaaltro da quello di prima , ed a lui rivolgendosi :
Già m’ hai veduto a questo fido orroreVenir co’ miei pensieri amici appresso :
E lieto ed io di me vivea signore.
Or mi vedrai col mio nemico espresso ;
E far della mia pena cibo al core,
Del ciglio altrui sproni e freno a me stesso.
Aveva udito la voce della sua donna mescolata con quellaili altre donzelle , e questo basta ad inspirargli una canzoned’ una sola strofa (a), che è una graziosa pittura.
La mia leggiadra e candida AngiolettaCantando a par delle Sirene anticheCon altre d’ onestade e pregio amicheSedersi all’ ombra in grembo dell’ erbettaVid’ io pien di spavento ;
Perch’ esser mi parea pur su nel cielo :
Tal di dolcezza velo
Avvolto avea quel punto agli occhi miei.
E già diceva io meco, o stelle , o dei,
O soave concento !
Quand’ i’ m’ accorsi eh’ elle eran donzelleLiete, secure e belle.
Amore , io non mi pentoD’ esser ferito della tua saetta ;
S’ un tuo sì picciol ben tanto diletta.
L’immagine seguente d’ un cuor fatto prigione e strettoiin capelli d’ oro , è affatto petrarchesca.
Dique’ bei crin che tanto più sempre amo,
Quanto maggior mio mal nasce da loro,
Sciolto era il nodo , che del bel tesoroM’ asconde quel che più di mirar bramo.
(1) Sonetto 4 *
( 2 ) Canzone 2 %