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[Tomi undecimo & duodecimo.]
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Parte II. C 4 po XXXVIII. Sez. I. 119

bistro letterario dell Italia , e propagavasi nel XVf, reputatoa buon diritto il secolo in un del buon gusto e del genio. Certoun sonetto qual è il seguente (r) non può essere in qualsivogliasecolo applaudito.

Lasso me , che ad un tempo e taccio e grido,

E temo e spero , e mi rallegro e doglio;

Me stesso ad un signor dono e ritoglie :

Demiei danni egualmente piango e rido.

Volo senz ale e la mia scorta guido :

Non ho venti contrarj e rompo in scoglio :

Nemico dumiltà non amo orgoglio :

d altrui di me molto mi fido .

Cerco fermare il Sole , arder la neve :

E bramo libertate e corro al giogo :

Di fuor mi copro , e son dentro percosso.

Caggio quandio non ho chi mi rileve :

Quando non giova , le mie doglie sfogo :

E per più non poter fo quant io posso .

Non v ha dubbio che la letteratura d un popolo è deltutto guasta , quando un siffatto stile viene a dominare comefece nel seicento : quello che dee dolere si è che in niun tempoi poeti lirici italiani ne furono affatto esenti, e che cotale con-tagio si propagò troppo sovente dalla loro lirica alle altre ma-niere di poesia (2).

Mentre che il Bembo riconduceva il secolo allimitazionedel Petrarca e co suoi conforti e col suo esempio , altri poetisi studiavano di uscire dalla turba degli imitatori timidi e vol-gari. Antonio Broccardo fu non solamente concittadino e con-temporaneo del Bembo , ma anche suo competitore. Suo padreMarino Broccardo veneziano, filosofo e medico , voleva farneun giureconsulto; ma come prima cominciò a studiare sotto ladisciplina di Trifone Gabriele lamena letteratura e la poesia,

( 1 ) Sonetto 36 .

( 2 ) Qui termina 1 originale del Gingucnè , il rimanente del capoè del continuatore italiano .