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5 (1841) Prose varie / di Vinzeno Monti
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LEZIONE QUINTA

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alla rappresentazione^ e perchè molti stranieri domanda-van chi fosse quel Socrate di cui si faceva tanto strazio,egli con altissimo animo e con volto ridente si levò inluogo a tutti cospicuo, affinchè ognuno potesse agiata-mente guardarlo e conoscerlo. La farsa di Aristofane , quan-tunque la migliore di quante ei ne scrisse , non ottenne ,a dir vero , tutto 1’ esito che si sperava} ma nello spiritodegli Ateniesi lasciò profonde impressioni che, avvaloratein secreto dalla calunnia, scoppiarono finalmente coll’ester-minio del giusto. Fu accusato di negare gli Dei ricevutidal popolo, d’introdurne di nuovi, di sovvertire con ir-religiose dottrine la gioventù, di allontanarla dalla rive-renza e dall’ amore dovuto ai genitori e ai congiunti, dicalpestare le leggi, e schernire il governo , e riputare sèmedesimo sapientissimo. Con queste ed altre vilissime accuse,quell’uomo mansuetissimo citato a comparire dinanzi a giu-dici già comprati, o personalmente nemici, e pressato daisuoi amici e discepoli a procurare le sue discolpe , risposequeste parole : « Una vita interamente consumata nell’ e-sercizio della virtù, nè macchiata da veruna ingiustizia,nè gravata d’ alcun rimorso, non è dunque la più bella ditutte le apologie ? Forse egli è volere della Divinità eli’ iodebba morire} forse è questo un favore ch’ella si piace dicompartirmi, conoscendo ne’ suoi segreti che il morire è as-sai meglio per me, che il vivere più lungamente. Se ora chegodo di tutta la sanità del mio corpo, di tutte le forze del miospirito verrò condannato, sarà dolcissima la mia morte, nonturbata da imagini dispiaccvoli nè da triste memorie, masostenuta al contrario dal più ardente e più intimo desi-derio di tornare nel grembo della Divinità donde sonopartito. Fino al presente, miei cari figli, voi il sapete ,io mi sono riputato il mortale più felice di tutti, convinto,che coloro soltanto conducono la miglior vita , che piùcoltivano la virtù , e che più intimamente sentono di pos-sederla. Ma vivendo più lungo tempo, sarò costretto a pro-vare gl’ incomodi d’ una trista vecchiezza, e diverrò più