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DIALOGHI
C. T. Mico, hai vinciuto. Eo ti perdon: perdona
Tu pura, a quello no, che gli ha stampati;
All’ autro sì. Deh! tu lu scuxa, e dona
Degli occhiali al defetto i so peccati.
D. Q. Di tutto grado, Compare: ai cattivi occhiali delLombardi, e più alla buona fede del Cesari, il quale troppobonariamente commettendosi al giudicio di quello, ne hapubblicati, senza molto vederli^ gli scartafacci. Dico senzamolto vederli, perchè senza gran danno alla bella famadel Cesari io non so d’altra guisa comprendere l’ammis-sione di certe Giunte troppo disconvenevoli al purgato suodiscernimento} chè il Cesari, senza manco, nella periziadel nostro idioma è andato assai oltre , e fuori del granguazzabuglio della sua Crusca, io l’ho nel resto scrittoredi molto merito. Mi conceda solo di dirgli, che s’ eglitiene per male eh’ io tragga all’ aperto gli errori del suoVocabolario , io tengo per peggio l’averli esso stampati consommo pericolo degli studiosi, pericolo tanto più grave,quanto più alto suona la sua riputazione in fatto di lingua.
C. T. Mi è bello il sentire che da questo lato tu glirendi tutta giustizia.
D. Q. La renderei al diavolo contra mio nonno. E sealle cose dette fin qui sarò convinto del torto, o di esservistato condotto da spirito di malevolenza e malignità, pro-metto di andare piè nudo a baciargli riverentemente lescarpe con tutti e sette i volumi della sua Crusca attac-cati al collo per penitenza, due gran penne di barba-gianni sopra le orecchie, e in capo la mitera, di che eglicortesemente inghirlanda tutti gli scrittori di questo secolo.
C. T. Oh! che mi narri? La mitera a questo secolo! Ildiadema di carta che il boja mette alla fronte de’ mal-fattori , quando a colpi di frusta gl’ invia sull’ asino allaberlina ?
D. Q. Ecco le urbane parole che nelle Grazie ei mettein bocca al Vannetti, p. 61. — «Vi dico che dirittamenten io son ebbro di queste bellezze, anzi delizie (il Frasa-