j r Dell’ Istoria
E tu meglio il sacrai, eh’ un dì il cantavi '.
Aia già che lungi da le umili arenePar che mi sfidi a le contese induflri,
Fummo , Alestì, ancor Noi, fummo in Atene,le dicea probo, e non havea duo lufiri,
E s'or mi vedi Guardiau d’armentiVidi, e conobbi a ti eh' io le Scuole illustri.
V Huom dal primo suo dì, nacque a i contentiSignor di ciò che sotto al Sol soggiorniDa i segni del Ccntauro. ali' Orse algenti --A lui la terra co i bei fiori adorni,
Lo Ciel co i venticelli a lui ridea ,
O memoria soave, o lieti giorni !
A lambirgli la Tigre i piò correa ,
E danzando Natura a Ciel serenoAirUom , d’interno, Amor, Amor, dicea.
Allor su la stagion, eh' a noi nel senoCaro sedeasi, e senza fiele Amore
Qual era 1‘ Aspe ancor senza veleno . -Afa poiché l'Uomo ( ahi crudo ingrata core ! )
Di gloria uguale- a i Numi ambio gli acquistiNon ben contento del secondo onore,
Tu voragini allora, o Terra, apristi,
Tarmasti, o Ciel,, di lampi, e di saette ;
Ahi memoria dolente ; ahi giorni tristi !
Dò-unghie la Tigre-, e d'ira, armata flette ;
Anzi ftt l'Uomo all’Uom Tigre, e Natura.
Da tutti i corpi suoi chiamò vendette.
E vendette rispose, e entrò in congiuraL'abisso, e di laggiù sur visti uscireLe febbri * i morbi, e 1- atra morte oscura^
Alà perche l'Alma non potea- morire, -Amor, eh'era ne i cor soave, e gratolo, disse , eseguirò l'aspro martire.
Così con l'altre passoni armato
Rubello alla Ragion, che il resse in pria ,,
Restò crucio, e castigo, all'Uomo ingrato -,
L'alma allora imparo, morir che sta,.
Ne morir solo ; mà morire ogn'ora ;
Dolce era, se una sol-volta moria.
Questi, o Alejfi, è 1'. Amor, eh’il tutto infioraAmor che dolce impiaga, & dólce accendeE dà pace così, chi ognun ne mora -.
So che Ragion talor l'armi riprende.,
E sf tn &e Amor da i frali oggetti, e baffiAl Cielo, ond.' egli poi gioia discende ;
Ahi, ma non tutti han-piume, onde al Ciel vasti,
E noi restiam quaggiuso in carter negraStrascinando Catene dietro, a. i pasti...
E sen-