Dialogo Quinto. 113
dell’api, le quali talvolta hanno il lor bel chefare a schermirsene . Se per avventura non vitrovano mele, s avventano alle frutta più di-licate; nè sbagliano mica mai. L'albicocca,per modo d’esempio, è la sor favorita, la buon-cristiana di state , la rostellina di Rems , labutirra, la zuccherina, le pesche più colorite,l’uve più mature, e sopra tutto le moscadellesono le lor pietanze ordinarie, secondo le sta-gioni . Non è , che le vespe sian di dissidi con-tentatura: poiché in altri tempi s’adattano atutto. Fate, eh’elle s’intrudano in una cuci-na, voi le vedrete avventasi al pollame, alsalvaggiume, al lardo, ed al carname medesi-mo del macello . Sottaceano a tutto.- ese vie-ne lor fatto Raccostarsi a una beccheria , van-no tosto al inasticelo , e non s’inoltran più là 1 .Arrivano a staccar pezzi di carne, grossi quan-to la metà del lor corpo, e portan tutto al ve-spaio, dove le partorienti il dispensano a’iorfigliuoli. I Macellaj, che vedono il loro uti-le si compongon con esse, e danno loro rego-larmente un pezzo di fegato di manzo, odivitello. Le vespe vi s’attaccan più volentieri,che ad altre vivande , le quali sieno fibrose, eper conseguenza più lunghe, e-più difficili astrapparsi. I macellai però non si accordanosolamente a pagar loro la detta rata, per di-stornarle daU’alcre carni. Ne ricavano un granvantaggio, e perciò la lor visita non riesce a’medesimi punto spiacevole. Fin tanto che levespe stanno occupate intorno a un pezzo difegato, non è pericolo, che le mosche, o al-tre sorte d’insetti s’accostino alla bottega, nèvi facciano verun danno. Le vespe danno loroTom. I. H la
LE VE-SPE.