Dialogo Settimo* 159creduto di far bene ad osservare le bastarde, LEAPTìper vedere qual differenza passaste tra Lune,e l’altre, (a) Le pecchie bastarde, che voi- OOV.Go-garmente li chiamano calabroni , fon molto orlare"meno industriose, ed econome delle legitti-me. Non la guardano tanto pel sottile; e leloro manifatture sono per tutti i capi inferioria quelle dell’ altre pecchie * Ciò non ostante vilì trova un non so che di vago, e di bello. IIloronidio, è composto di foglie secche impia-stricciate di cera. Lo piantano il più delle voltene' buchi sotterranei , abbandonati da' topicampagnuoli, e lo ricoprono con una buonavolta, per difenderlo dalla pioggia, e per farsì, che non vi cada sopra la terra. Lavoranodentro il mio bugno, come se fossero alla cam-pagna: i principi della loro architettura son| tutti luniformi. Questo nidioè bucherato co- -me una spugna ; sicché agevolmente si vedeciò, chequincentrolifa. Ciascun calabronesi fabbrica una celletta di cera dellâgrandezzad’un grossocece tagliato a mezzo, ritonda, e.. i concava, e somigliante alla metà d’un guscioI d’uovo. Di questi differenti gusci formasi co-me un grappolo d'uva, molto vago a veder-si . Le femmine , che ( a somiglianza dellevespe, e dell’api comuni ) sono in pochissi-ir 1 mo numero, depongono le loro uova ne’gu-•3 ; sci aperti , e tosto sopravvengono altri cala-;r , brani a serate le dette celle con un coper-[. 1 chio di cera. I medesimi s’accovacciano so->. pra i coperchj , e quivi incessantemente sidibattono, e s’ agitan fieramente, o sia pera . i riscaldare queir liov , o sia per ripararle alme-io no dal freddo. Sbucati, che sieno i lor feti,
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