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Tomo quinto.
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Dialogo Primo. 5

latti, sintantoché non arriviamo a spaziarebeila largura dun prato.

Cav. E pure non vè luogo meglio asse-stato dun bel giardino, più negletto dUn prato, _ _

Prior. E verissimo. Ma il recinto dun giardi-no (con tutta la sua bellezza) riduce luomotroppo alle strette .Tutti queluoghi ,che rac-corciano la nostra vista, ci sembrano altrettan-te restrizioni della nostra libertà. Or questedure limitazioni non sosseriscono allocchionostro, allorché ci troviamo a spaziar sur unprato. Ci pare allora di divenire in certo mo-do più indipendenti, ed a misura dellampiospazio, che ci ti para dinanzi nel passeggiare, eifiguriamo di goder con più agio della nostra in-sazievole libertà. Luomo,che sa,come la ter-ra è stata fatta per lui, non può patir lungotempo la pena di vedersi confinato in un canto-ne del suo territorio. Ma allincontro veden-dosi situato in una platea pomposamente guar-nita , e dove secchio, perla di lei grande am-piezza, fi perde, crede di entrare allora in pos-sesso di tutta lestension del suo imperio, e sipaoneggia seco medesimo del nuovo omaggiodella natura, la quale se gli presenta tuttaquanta dinanzi, qual tributaria al suo Sovra-no i senza veruna limitazione , o riserva .

vi crediate, che questa sua fantasia ven-ga appoggiata ad un illusione chimerica, o ehegli si pasca, come suol dirsi, di puro vento . El-la è fondata sul vero : non essendovi verun luo-go sopra la terra, dove la natura si sia qua mo-strata più compiacente verso delluomo, chenella estensione delle praterie.Quivi è,dovella

A 3 sè.