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Tomo quinto.
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Dialogo Primo.

abbia posta tra quest’ erba egli animali di no-stro servigio una tal proporzione, che, in pas-sando nel corpo loro, acquisti nuova virtù, eche diventi a prò nostro una sorgente di como-dità, e di delizie.

Cav, Queste maraviglie s’hanno tuttodì sot-to gli occhi, e non vi li riflette quasi mai.Il mondo, per quant’io vedo, è molto pie-no d’ingrati.

•Pn'or.L’uomo riguarda comunemente quest’erbe con occhio sprezzante, o almeno indif-ferente , perch’elie ci nascono ad ora ad oratra’piedi, perché Iddio non ci ha obbligatia durar fatica, né a piantarle, né a coltivar-le. E pure per questo stesso motivo si dovreb-be apprezzare più del doppio il regalo, chedelle medesime egli ci fa. E ben ce ne fa sen-tire il valore allorch’ei manda sopra la ter-ra una siccità, che le sperpera tutte quante,e ce ne toglie il profitto. Se ne risente 1’agricoltore, costretto a lasciare incolti i suoicampi, perla carestia de’cavalli, e de’buoi,che dovrebbono lavorarli. Se ne risente tut-to il genere umano, vedendosi ad ora ad o-ra mancare tutti gli animali, di cui ci ci-biamo, per non avere con che sostentarli.Fate, che un vento asciutto bruci quest’ er-ba, che noi calpestiamo senza riguardo co'piedi, eccoti un’ intera comunità in iscompi-glio.

Ma ponghiamoci ad esaminare a parte a par-te, e in una maniera più distinta e più chiara ,tutte le prerogative d’una prateria.

Egli è infallibile, che fra tutti i nostri retag-gi noi non abbiamo un effetto, da poterne fa-re