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Tomo quinto.
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Dialogo Primo. zz

fiora della penuria, ch’eslì patiscon d’erbaggi.

La natura di questi paesi appresta il pascolo atutti gli animali lanosi. L’uomo non ha menbisogno del vitto, che del vestito. Le pecore,e spezialmente i castrati, delle cui carni ci pa-sciamo, e delle cui lane ci rivestiamo, nonfanno mai (come le bestie bovine, o i grossi ar-menti) buona riuscita nelle praterie ubertose.

La soverchia abbondanza dell’erbe, malagevo-li a digerirsi, cagiona ne’loro corpi delle ma-lattie pericolose, e mortali. Il fango, e Tu-mido del terreno troppo tegnente, li fa intisi-chire. Laddove ne’paesi asciutti s’ingrassano,e vi si mantengono regolarmente pisi sani. Iltimo, il serpillo, lo spigo, e cento altr’erbeodorifere, che vi ritrovano, danno alle lor car-ni un sapore più prelibato.Le lane di queste pe-core son sempre più nette, più fine, più morbi-de, e in conseguenza han più spaccio di tutteTa!tre. Il grasso, che le lor carni ricopre formaun levo si candido, che s’assomiglia alla cera.

Cav. Orbene, Signor Priore ; m’avetegiàmostrato il profitto, che si può ricavar da unavacca : fatemi ora vedere quanto frutto si pos-sa ritrarre da una pecora.

Prior. A conto fatto, e rifatto non in un Le peco-luogo solo, ma in cento, il fruttod’unape- re.cora ascende regolarmente ogni anno a unoscudo, se non che di tratto in tratto lo passa.Nonistaròqui a far lo scandaglio della spesa ,eilei lucro in particolare. Vi basti sapere , cheT annua rendita d’una pecora, detratte tue- Late le spese , s'estende ordinariamente a uno turadel-scudo. Il maggior capitale è fondato su la le Peco-tosatura della lana, la quale suol farsi ogni ré .

Tomo V. C an-