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Tomo quinto.
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Dialogo Primo. 39

dun uccello rapace, che piombi dal Cielo,

7 peraslàltarle.

7 («) 1 cigni non saffaticano tanto di rifiori- 1 cigni

Q re le nostre mense ( avvegnaché si pretenda, (a) Theche i loro parti nidiaci sieno un cibo dilicatis- art*i; timo ) quanto di tener nette le fontane , ààn-che abbelliscono le nostre contrade , pur- T r ^ fiii gandole da tutte serbe palustri, che lede*

« tarpano.

Le pollanche, e listesse pernici, efagia- Le pol-m*I ni, quando si sono allevati da piccoli, vanno lanche .

in truppa a raspollare le biade, accidental- P er "m \. mente cadute dalle spighe demietitori in sul " IC £* j a _ campo, siccome ancora tutti i granelli, che n i.

F caggiono dalle siepi, e dagli alberi. Questeéi maniereduccelli, appena fatta la mietitura,

» abbandonano il lor nido , e vanno in ordinan-i® 1 za di campo in campo a ricardare gli avanzidesega tori, ingrassandosi con poca spesa pertutto quanto lautunno sotto la guida dun:cfa semplice garzoncello.

J,® Le pecchie san trovar delle praterie nepae-le pec-

« si (terilislìmi, e infruttuosissimi, senza escili- àe.o» de re men le piaghe più sottoposte alla Tra-ini® montana, come la Lituania, elaMoscovia.f® L quantunque, in governandosi per se mede*fi® sime con una politica maravigliosa, non die-& no luogo di dubicare, chef uomo non sia perudii' raccòrrò in ogni luogo il dolce frutto delle loroIsti fatiche : nondimeno son talmente nate fatteab per apportargli del giovamento, dove il me-iffll delìmo se ne voglia approfittare, che non ri-al' cusano di sottomettersi alla di lui discipli-ob na, e dascoltar la sua voce in quella stes-ili sa guisa, che le gregge, e gli armenti ascol-ti 4 tan