Dialogo Quinto. 141
ra, i vapori, che si sollevan dal mare in un an-no arriveranno a comporre una mole d’acqua ditrecento sestantacmquequarti d'un dito. Ac-ciocché il calcolo ne riesca più comodo ,facciamoli trecensessanta . Trecensessantaquarti d’un dico, fanno cent'ottanta mez-ze dita , e forman la somma di novantadita : sicché dal mare svaporeranno nel de-corso d’un anno novanta dita d’ acqua .
S’è già veduto, che di venti dita, svaporatedal di lui seno, per adacquare il nostro territo-rio, non gliene vengono riportate per le focide’noslri fiumi, se non che dieci. Le altre die-ci , dopo avere abbeverati gli animali, e lepiante, parte scolano sottoterra, e parte van-no a riunirli per esalazione alla malìa degli al-tri vapori, che resta sempre composta almenod’ottantadita. La pioggia cade, non men sulmare, che sulla terra. Sicché si possono anco-ra detrarre da.tutta la somma altre venti dita.
Cosi il rimanente verrà tuttavia a formare ses-santa dita. Or qual esito può avere mai questasmisurata mole d’aqua > O chi risarcirà il maredella perdita, ch’egli ne ha fatta ? Ma la dif-ficoltà diverrebbe ancora incomparabilmentemaggiore, qualora il mare, dopo essersi este-nuato per le continove evaporazioni d’ unaquantità si copiosa delle sue acque, fosse divantaggio obbligato a dispensare a’fiumi, e al-le fonti per via di condotti sotterranei il lorquotidiano mantenimento. O allora sì, che siseccherebbe presto.
Cav. Di grazia non l’impoveriamo dipiù. Pur troppo si stenterà a restituirgli ciò, *
che ha perduto per la semplice esalazione,
men-