Dialogo P a imo. 41
per la mente . Ma noti son noti, se non a me.
Chi mi sente non può vederli. Or come,po-trò io farne parte a miei circostanti ? Eccoil come.
Formo col moto della mia lingua, e delle La paro-mie labbra certi suoni, le cui diverse articola- la.rioni sono altrettanti segni, che per comuneconsentimento degli uomini indicano il miosentimento. I circostanti, udendo lo strepi-to, che Paria percossa dalle mie labbra tra-manda alle loro orecchie, vengono in cogni-zione di tutto ciò, eh’ io racchiudo nel petto ,•apprendono i miei pensieri, ed entrano a par-te di tutto il mio interno. Sicché Paria èP interprete del genere umano , ed il lega-me de' cuori.
Ma questo legame non si rislrigne solamen-te a coloro, che sono a tiro di potersi parteci-pare i lor sentimenti per mezzo della favella.
Si stende eziandio a coloro, che fi trovanobuona pezza lontani. Gli abitanti d’una Cittànon posson vedere ciò, che succede suorjdellemura. Né le guardie, che vedonoPinimicoaccostarsi ad una delle sue pòrte, possono colsemplice ajuto della voce far tostamente capireil pericolo, che lor sovrasta, a chi si trova nel!'altro canto della Città. Ma la sentinella, chevede spuntar da lungi P esercito ostile, dà alcu-ni tocchi alla campanella, e in un minuto se-condo , eh' è quanto dire nella sessantesimaparte d’un minuto primo, Paria ha già porta-to il suono della campana mille ottanta piedi,o cento e ottanta canne , da lungi dalia torre,ed in un altro minuto secondo altrettante can-ne: talché in men d’un ottavo d’un minut*
pri-