Dialogo Quarto. 169
ventidue carati. Similmente F argento si divideidealmente in dodici parti, che chiamansi da-nari, ed ii danaro si parte in ventiquattro grani.
Quando s'è distaccata da una verga d’argentouna mezz’oncia di questo metallo, se dopo a-verla fonduta con una palla di piombo nellacoppella , resta tuttavia la stessa mezz’ on-cia, come prima , dicesi , che la verga è almarco di dodici danari, cioè eh’ ella è tutto ar-gento finissimo, odi coppella. Se poi la mezz’qnciacala un dodicesimo, o un ventiquattresi- ".datia-mo , allora dicelì, che la verga è al marco d’un-dici, 0 di dieci danari ; eh’è quanto dire, che ar g e ntonella verga si contengono dieci o undici parti d’ come siargento schietto, e che il rimanente è tutto le- prenda.ga. Così il carato, e il danaro, quando si trat-ta d’oro, e d’argento, non è un peso prefisso,ma un peso ideale, o relativo alla massa, di cuiegli forma una parte. Un’oncia d’oro schiettoèal marco di ventiquattro carati al pari d’unamezza libbra, perché la mezza libbra di queiroro contiene in sé la perfezione de’ventiquat-tro carati, come V oncia medesima: ma il ca-rato della mezza libbra pesa sei volte più del ca-rato dell’oncia.
Appartiene a’Sovrani il determinare qualdebba essere il marco sì dell’oro come dell’ar-gento, potendo qualificarlo a lor modo . Quin-di è, che gli orefici, e gli argentieri, e tutticoloro, che lavorano d’oro o d'argento, hannoda’Superiori ordin preciso di dar dell’oro diventiquattro carati, e dell’argento di dodicidanari, odi coppella. Una sì fatta determina-zione tende a impedire, che gli orefici non iifervano delle monete correnti per farne de la-vorii ,