Mi,
wi
il è
■‘«tf
illlS)
Sì ti ;'«(fil
loti
P,fe
fi®
Ȏ
àjP
«Ssi m:t.fiita.
timi;o,ofiilft1 Î(V:lili!?!
f!CB
pi,!':
ssà
Ì{lf
(«4
M!
Trattenimenîo V. 3 éf
Ma non basta che i maestri s’astengano La scieà-dal dare esempi fasti per principi, o dal, da- za dellere, ch’èl’istèsto, le loro proprie composi- £ ?^ t ' raiLioni per modèlli: devono di più fare per il 4 ietr ?Latino, o per il Greco, quello che hanno frjeazafatto per il Francese in grazia d’uno Stra- t j e j Kn-nser-d che 1’ha poc’anzi imparato tra noi : guaggiovoglio dire che se gli mostrinogli oggetti che che ra-pisi postone interessarlo. Se ne parli in sera /prime,presenza , ed egli ripeta <& feriva ciò che ha ;udito. Prendano i maestri a cura di non ri-volgere e portare gli occhi de’loro allievi ,*se non sopra oggetti bene tra scelti, saggia"niente variati, e d’ un carattere proprio astimolare la loro curiosità: ma non ne dica-»no niente da per loro. Lascino da bella pri-ma parlare i Greci, od i Romani: vedanopoi se i loro allievi ripetono fedelmente ciòche hanno udito o tutto in una volta , o perparti; o scrivendolo a lor beli’agio f* istessogiorno, o alcuni giorni dopo, e studiandodi non pendere uè la proprietà de’ terminiadoperati dall’Autore, né sordine e lo spi-rito della sua frase. E’necessario che i maè-stri riescano allora , mercé la perseveranzadell’esercizio, e senza aver’eglino stesti de*"talenti rari e ammirabili, senza illudere chic-ebelìa celi promettere nuove e scerete stra-de, e mètodi; ma sol comprendendo la for-za ed il merito del buon uso, averannò larsoddisfazione d’avere insegnato a*’ loro allie-vi il puro linguaggio de’secoli aurei.
Con questa pratica ben sostenuta non sol-di parlate frequentemente, ma di pensare,.