PARTE TI. 2q5
Val sangue il grano, indi ecco correr voceVele , vascelli, di Sicilia naviVengono in poppa: in quel momento viliFansi le biade ; il Granatiu s’impicca,
E di giorno e di notte il forno coce ,
Ed il popolo fa sue gozzoviglie.
Quale appunto oggidì miriamo il mondo,
Tale uscì dalla man del Mastro eterno,Ciascun paese avea di che pregiarsi,
Di che lagnarsi infimo allora : o bellaSchiera dì Piudo, elle trovavo un oro ,
Onde diedero nome agli anni antichi,
Con gran consiglio : in quei febei mesiEran di biondo mel carche le selve,
E per gli aperti campi ivano i rivi,
Altri di puro latte, altri di vinoSfavillante , allegrator de’ cori.
Le pecorelle si vedean sul tergoTinger le lane , e colorirsi d’ ostroPer lox’o stesse ; degli aratri il nomeNon era noto , che cortesi i solchiPorgeano in dono al Contadiu la messe,
E rifiuto facean di sua fatica :
Ma per quella stagion vedeasi in terraL’alma Giustizia, e di caudor velata.
La Fede pura, e la dimessa in vista,
E dell’ altrui dolor schifa Pietate.
Quando poi sorse il minaccioso Oltraggio ,
E 1 Ira , e la si pronta a dar di pigliora noi Rapina , e che lascivo arcieroosse battaglia a mal guardati letti° s acciaio Garzon di Citerea ,
u ito il mondo e ]jj je a can gìar sembianza,suo ' bronzo, il ciel venne d’acciaro,
J?e vedersi la Fame, e la ria Febbre